Legalize

Da “L’Ulivo” a “La Ganja”, una proposta politica di sinistra per la legalizzazione (contro le mafie)

Taranto e Bologna sono due città per molti aspetti diverse. Al mattino, mentre i venditori ambulanti scaricano la merce per il mercato del venerdì al ridosso del parco della Montagnola nel capoluogo emiliano, l’odore percepito è ben diverso da quello che si sente nelle banchine della Città Vecchia di Taranto dove i pescatori preparano le barche per la giornata di lavoro.
Due realtà accomunate, però, da una contemporaneità instabile, da un lavoro poco tutelato e faticoso, da una storia operaia che nessuna sinistra riesce davvero a riscattare. Due luoghi sottoposti alle stesse leggi, dove le stesse bandiere sventolano fuori dalle scuole e dai comuni.

Due posti davvero unici, se dobbiamo valutarne la bellezza, ma nei quali nonostante la maestosità degli alberi secolari e l’intenso blu di Mar Piccolo, i più storcono il naso.
Si storce il naso per quella sensazione di degrado che si percepisce all’entrata del parco, dove le manovalanze della criminalità spesso hanno la pelle nera e non parlano italiano, eppure tentano di intercettare il nostro sguardo nella speranza di venderci un prodotto del quale, in Italia, tutti conosciamo l’odore ma nessuno osa parlare. Lo stesso prodotto che nei vicoli diroccati della Città dei Due Mari due ragazzi italiani, dall’italiano altrettanto stentato, tentano di smerciarci a cavalcioni di uno scooter senza targa e pronto a dileguarsi nelle stradine della mala.

Parliamo del “fumo”, nome gergale dato al hashish, derivato della pianta più dibattuta del XXI secolo, la cannabis. Ebbene non servirà il parere di un esperto fumatore di marijuana per capire che quel prodotto contiene chissà cos’altro oltre ai principi attivi della “weed” come non sarà altrettanto necessaria la conferma di un carabiniere o di un magistrato per capire che stiamo parlando di un’attività illegale e pericolosa.

In quel contesto così degradato e degradante per chi ci convive, diventa piuttosto difficile pensare alle parole di uno dei primi artisti che fece della legalizzazione una battaglia propria:
Let’s get together and feel alright/ Uniamoci e sentiamoci bene ” cantava Bob Marley nel 1977 in un clima di tranquillità, pace e spensieratezza.

Quello stesso clima che in Italia è assai difficile riscontrare ovunque si parli della questione “legalizzazione e droghe leggere”, dal Parlamento ai dibattiti in televisione.
In Italia la cannabis è una pianta che divide politica e società, che crea accesi dibattiti e fa traballare élite economiche, religiose e partitiche che hanno serie difficoltà a fare i conti con la realtà. La stessa della quale da anni parlano intellettuali e ricercatori che sembra essere ben lontana dai discorsi che la destra continua a fare dall’entrata in vigore della legge Fini-Giovanardi (legge dichiarata incostituzionale e che mette sullo stesso piano droghe pesanti e droghe leggere, utile solo a gonfiare le già sovraffollate carceri), l’apice di un proibizionismo dannoso e sbagliato per il paese.

Non è certo una novità, l’Italia ogni giorno fa i conti con un tradizionalismo ottuso. Ciò è palese nel riconoscimento parziale se non inadeguato di alcuni dei più dibattuti diritti civili a livello mondiale quali quelli legati ai diritti LGBTI e al fine vita.
E anche per quanto riguarda la cannabis, pur di non mettere il naso al di fuori dei nostri limiti e confini, il nostro paese preferisce lasciare un giro d’affari di diversi miliardi di euro nelle mani di una malavita che continua a speculare a danno della salute dei cittadini e dello Stato italiano.
Sia chiaro, non sarà certo la marijuana a cambiare le sorti del Bel Paese, tantomeno la dialettica semplicistica del “se è legale non fa male”. Trattasi però di una questione dal forte valore politico, simbolico e che non può essere assolutamente sottovalutata, soprattutto alla luce dei suoi più che considerevoli risvolti economici, sociali e culturali.

Gli Stati Uniti, paese per certi versi forse ancora più conservatore del nostro, possono sicuramente fornire interessanti esempi di legalizzazione e gestione delle risorse relative.
In particolare, il Colorado, fra i primi Stati a votare per la legalizzazione già nel 2012, ha già raccolto i frutti delle sue politiche. Introiti fiscali superiori rispetto alle aspettative, i primi 40 milioni di dollari ricavati utilizzati nell’edilizia scolastica e 30 milioni di dollari di tasse in meno per icontribuenti, senza contare i risparmi relativi alla fine delle politiche repressive sulla marijuana. Non è quindi un caso che molti siano gli Stati che hanno iniziato ad emulare Denver. Nel frattempo lo stato di Washington è arrivato alla legalizzazione dopo aver raggiunto un importante compromesso con il Dipartimento di Giustizia USA: tenere fuori dal neonato mercato della Cannabis le attività criminali. L’operazione ha portato in un anno quasi il doppio delle entrate fiscali previste.
Immaginare lo stesso in Italia è difficile, ma quantomeno auspicabile.

A differenza di quanto sostenuto dall’ala proibizionista della politica italiana il mercato della “ganja” in Italia rappresenta la metà del mercato nero delle droghe in mano alle mafie. E se non bastasse rendere noto che la malavita in Italia finanzia corruzione e attività illecite con i proventi della droga a questa si aggiungono le organizzazioni terroristiche: 5 miliardi di giro d’affari per Daesh connessi alla vendita della marijuana e profitti della vendita utilizzati da Al-Qaeda nel 2004 per portare a termine il massacro dell’11 marzo a Madrid.
Va detto chiaramente: dove lo Stato non investe, dov’è una falla nel sistema politico ecco l’infiltrazione delle organizzazioni criminali.
Così la malavita riesce a lucrare sugli extracomunitari senza alcun diritto e senza alcun lavoro, gli stessi del parco della Montagnola e delle colonne di San Lorenzo a Milano che diventano manovalanza a basso costo per lo spaccio, nello stesso modo in cui tanti ragazzi delle periferie vengono messi a vendere per conto di chissà quale trafficante.

Ci sono storie, poi, che non possono essere raccontate o analizzate dall’ISTAT, ma con le quali si fanno i conti spesso nelle strade del Meridione, dove coltivare una propria pianta equivale a mettersi contro la criminalità organizzata. Un mercato dove la mafia gioca da monopolista e blocca l’entrata di possibili concorrenti con pistole, violenza e minacce e dove non si fa fatica a sentire una chiara ostilità contro la legalizzazione.
Ciò è chiaro se si considera che lo sdoganamento ufficiale della cannabis toglierebbe dal controllo delle mafie un’attività i cui profitti sono migliaia di volte più alti del capitale inizialmente investito. Qualcosa come 10 miliardi di euro di entrate dirette nelle casse dello stato, secondo quanto calcolato da una ricerca dell’Università La Sapienza di Roma, di gran lunga superiore al costo degli F-35 e degli introiti IMU dei quali lo spauracchio fu agitato durante l’ultimo governo Berlusconi.

Parlano di questo possibile ma durissimo colpo da infliggere alle mafie Roberto Saviano e Raffaele Cantone ormai da anni, chiedendo una legalizzazione controllata. Non potremmo pensare infatti ad un “prendetene e drogatevi tutti” sottovalutando i rischi per la salute. Vanno messi in campo tutti quegli strumenti che per altri prodotti, come alcool e tabacchi, hanno drasticamente ridotto gli sforzi per la repressione da parte delle forze dell’ordine e diminuito il tasso di mortalità e le conseguenze sociali relative.
Fra questi figurano campagne sociali ed educazione nei confronti soprattutto dei più piccoli; basti pensare a quanto si sia ridotto il tabagismo con le campagne europee contro il fumo negli ultimi 20 anni.

Va inoltre preso atto di un fenomeno intuitivamente difficile da apprezzare ma relativo al cosiddetto meccanismo psicologico della “mela proibita”: dove si legalizzano le droghe, come in Uruguay e Colorado, il consumo nel tempo diminuisce. L’antica arma dei proibizionisti, ovvero la tesi della “droga di passaggio ad altre droghe” relativa alla cannabis perde man mano la sua forza.
In un mercato nero come quello odierno delle droghe è molto più facile imbattersi in uno spacciatore che abbia nel suo “inventario” diversi tipi di droghe tagliate con vari additivi chimici o addirittura terra, cera da scarpe, derivati delle batterie esauste e molto altro, pronte ad essere vendute insieme all’erba. Con la legalizzazione delle droghe leggere, invece, l’intera filiera di produzione sarebbe controllata garantendo innanzitutto un unico prodotto sicuramente migliore di quello reperibile per strada e venduto in luoghi sicuri e controllabili, assai diversi dalle piazze di spaccio dei nostri giorni. Inoltre, la fine della “caccia allo spinello” permetterebbe di concentrare maggiori risorse nel contrasto al contrabbando di droghe sintetiche, eroina e cocaina, vere piaghe della società moderna. Circa due miliardi di risparmio per le forze dell’ordine, da parte delle quali non sono mancati appelli per la legalizzazione, come quello di Felice Romano segretario generale del SIULP.

Ma poi, di quale pericoloso prodotto per la salute stiamo parlando?
Dati alla mano la cannabis ha un tasso mortalità pari a 0, diversamente da alcool e tabacchi. Non solo, la cannabis è un prodotto che può affrancarsi dal danno da fumo in vari modi (difficili da mettere in pratica al di fuori di un mercato legale) e che crea una dipendenza e un danno fisico molto più bassi della maggior parte delle droghe in voga negli ultimi anni (liquori e sigarette comprese). La produzione industriale permette la differenziazione interna del prodotto, quali diverse varietà di infiorescenze e derivati con effetti diversi e non a caso all’apertura dei Coffee Shop in tutto il mondo sono seguiti progetti imprenditoriali sempre più innovativi e attività sociali e culturali connesse. E proprio nel nostro paese, dove da millenni si è propensi alla viticoltura e con l’opportuno giudizio tutti ci siamo permessi di ridere un po’ di più alla sagra del vino di paese, va smontata l’idea che dietro ad una pianta si nasconda il Demonio. In realtà il male dietro quella pianta si nasconde solo oggi che è un potente strumento in mano alla criminalità organizzata. Ed è proprio per questo che è necessaria la legalizzazione: strappare le erbacce e piantare semi di progresso.

Ma non finisce qui: sappiamo bene che la cannabis non è solo uno strumento ricreativo. A livello terapeutico la cannabis è capace di fare piccoli miracoli. E anche in Italia si è arrivati ad un timido tentativo di legalizzazione terapeutica (la quale però, se si vogliono perseguire i suddetti fini, non basta). Questa è utilizzata per curare e trattare malattie gravi come SLA, anoressia, cancro e sempre più sono gli studi fruttuosi condotti a tal fine.
Per non parlare, poi, del suo utilizzo a livello industriale con il quale si può arrivare alla produzione di tessuti e materiale da costruzione completamente a impatto zero sull’ambiente.
Intere città puntano sulla cannabis per abbandonare le produzioni inquinanti. E come Hotchkiss in Colorado, anche a Taranto ha commosso ed entusiasmato l’idea di Vincenzo Fornaro, allevatore al quale furono abbattuti 1000 capi di bestiame per l’inquinamento ma che oggi pulisce il terreno avvelenato dai metalli pesanti vicini all’ILVA con le proprietà fitodepurative della cannabis.

Era il 1995 quando il centro-sinistra italiano fondava “L’Ulivo”, un progetto politico fra i più interessanti della storia politica italiana. 22 anni dopo, dopo la Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi, lo Scudo Fiscale, il Fiscal Compact, la crisi, il berlusconismo e Renzi, la sinistra è per l’ennesima volta a fare i conti con un’unità che si trova con fatica. L’Ulivo non convince più e non si capisce quale cammino intraprendere. Manca trovare una quadra fra istanze materialiste storiche della sinistra e le nuove sfide post-materialiste che vanno interiorizzate per vincere e ridare speranza al paese.

Eppure, a voler essere fantasiosi, c’è proprio la nostra cara pianta a mettere d’accordo chi si vuole divincolare dal neo-liberismo, quelle formazioni così cariche di progetti ma un po’ meno disposte a scendere a compromessi. Pippo Civati forse avrà ancora nel taschino la canna che promise di non togliere fino al giorno della legalizzazione, Sinistra Italiana mette nella sua campagna un punto proprio sulla questione “marijuana” ed Enrico Rossi, esponente di ArticoloUno, tuona su Facebook dopo gli ingenti tagli fatti alla DDL Cannabis : “Anche sulla cannabis comanda la destra e si finisce per approvare una legge modesta. I giovani si sentono traditi. I magistrati sono delusi. Esultano le mafie e ridono gli spacciatori. Un riformismo debole e impaurito rassicura i benpensanti ma fa danni al Paese”.

Insomma, almeno su una questione, si è d’accordo. Da “L’Ulivo” a “La Ganja” il passo è breve. E al di là della battuta, una sinistra capace di unirsi almeno su questo punto è una sinistra che lascia sperare che un giorno, coloro che sono stanchi della fine dei diritti e pronti per una lotta progressista, potranno cantare insieme “Get up, stand up! Stand up for your rights!”.

 

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