Sovranismo1

Destrosità sovraniste e speranze progressiste

Fra le mille questioni sulle quali, a noi sinistrorsi, piace bisticciare, una in particolare sta producendo un dibattito ricco di interessanti spunti e sciocchezze immani.
Nonostante si tratti di un dibattito che affonda le radici in tempi remoti, quello sulla
“sovranità”, in un periodo denso di imbarazzanti sconfitte elettorali, politiche e sociali, caratterizza l’agone politico del 2018, anno fra i più tesi per quanto riguarda il dibattito internazionale sul futuro dell’Europa.
E come tante parole che vengono puntualmente volgarizzate e modificate nel loro significato più puro dalla politica, proprio la parola “sovranità” è al centro di una zuffa culturale dove chiunque tenta di sfregiarla nel modo ad ognuno più congeniale.

Qualche anno fa, a ridosso dell’exploit del movimento dei Forconi e dei primi timidi ammiccamenti fra Casapound e Lega Nord, la famigerata parola compariva su alcune bandiere durante varie manifestazioni di estrema destra. Iniziarono a spuntare come funghi associazioni culturali, embrioni di movimenti politici pronti a rimettere in gioco simpatiche canaglie del rango di Gianni Alemanno e Francesco Storace, condite dal plauso di Di Stefano e dei suoi tirapiedi neofascisti.

Tutto ciò in un duro riconoscimento nello schieramento dei “sovranisti” nel quale si sono poi riconosciuti Fratelli d’Italia e vari esponenti della destra e dei Cinque Stelle.
Di li si è incominciato (o ricominciato, secondo alcuni punti di vista) a vedere snaturato il concetto stesso di “sovranità”. Questa diventava una sorta traguardo bramato dalla destra per poter portare avanti le sue disgraziate politiche, un modo per togliere qualsiasi freno al buon senso e alla democrazia e per iniziare a inquinare nuovamente la società di istinti impulsivi e carichi di ignoranza. Nascono quindi le crociate contro la moneta unica, la propensione a identificare l’Unione Europea come il più cattivo dei nemici del popolo italico che bene si inseriscono nel coro d’odio che colpisce il progressismo come difensore di “immigrati stupratori”, “finocchi pervertiti” e di tutte le varie categorie invise alla destra.

Contestuale al suddetto periodo di fastidiose novità e giganteschi errori politici è stato inoltre il naufragio della sinistra riformista europea, propensa ad una progressiva “sterzata liberaldemocratica” che, oltre a lasciare un gigantesco vuoto nei risultati elettorali ne lascia uno ancor più preoccupante in seno al già frantumato scenario “di sinistra” relativo alle convinzioni culturali, comuni e politiche di mezza Europa.
E proprio per un’opposizione molle o inesistente ad un’Europa che invece di difendere i principi del Manifesto di Ventotene si è dimostrata prona alle tesi di Friedman e Von Hayek, la sinistra rischia di pagare un alto prezzo: veder sorgere e prendere il sopravvento al suo interno di una componente che mina l’idea che “ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”.

In Italia, costretti ad abbandonare il PD come una nave che cola a picco, molti scampati si sono uniti a un coro estremista che spesso lascia perplessi. E fra le varie proposte, idee e valori sui quali l’intero scenario della sinistra si sta interrogando per “ricostituirsi” le diverse voci non si armonizzano, non trovano soluzioni e punti d’incontro.
Preso da una sorta di isteria post-traumatica, dalla necessità di dire qualcosa di forte e
dirompente, un sempre più nutrito gruppo di sinistroidi cerca la sua omogeneità nella cattiva
abitudine di “sparare” vie d’uscita da una contemporaneità complessa e insopportabile davvero
molto semplici.

E proprio in questa confusione di risposte facili a problemi difficili, nell’incapacità di avviare un serio dibattito sulla ricostruzione di un partito unitario, di intraprendere una lotta per il “cambiamento di rotta” rispetto al neo-liberismo italiano ed europeo si è fatta strada la tensione a snaturare, da sinistra, il concetto di sovranità.
Non si tratta però di un contributo che mira all’esaltazione della sovranità intesa come “proprietà del popolo”, come recita la Carta Costituzionale, né tantomeno al recupero della sovranità personale, soprattutto quella relativa ai diritti sociali e civili che spesso è bollata come “argomento petaloso” che non merita di essere discusso in alcuni ambienti di sinistra.

Si tratta di una via d’uscita estremista dal caos politico, di una cosciente sostituzione del principio di autodeterminazione (un tempo caro ai socialisti) con quello di “sovranismo di sinistra”: l’istigazione ad una frettolosa deregolamentazione, l’intento di bloccare qualsiasi ulteriore necessità di ritrovare una “dimensione europea della sinistra e del progresso” e di inserirsi in una competizione infranazionale nella quale contrapporre la propria sovranità alle altre.

Prende vita la convinzione che radere al suolo 60 anni di cammino comunitario e di iniziare a fare “per conto proprio” sia preferibile ad un processo che cambi l’impostazione economica dell’UE e che dia un valore sociale, politico e welfaristico all’idea di integrazione europea.
Ma quanto c’è di sinistra nel rivedere l’Europa come una pangea di Risiko dove contrapporre e far scontrare gli interessi nazionali?

L’avanzata dei sovranisti in realtà non è trainata dalla sinistra.

In Europa, Farage, xenofobo fondatore di un partito con un’importanza marginale fino a qualche anno fa, si fa protagonista insieme all’UKIP della vittoria della Brexit nel Regno Unito, Marine LePen, leader dell’estrema destra francese arriva a ballottaggio nelle presidenziali agitando lo spauracchio dell’uscita dall’UE mentre Orban, primo mostro ungherese, è riconfermato da un’investitura popolare frutto di tendenze neonazionaliste e appunto “sovraniste” ancora nel 2018. A questi plaudono i trumpisti di Bannon, pronti a beneficiare di un’Europa divisa e più aggredibile in futuro o quei paesi pronti a lasciarci soli nella risposta ai flussi immigratori.

Guardando al Bel Paese, il sovranismo anche oggi non è una prerogativa di sinistra:
economicamente, il “sovranista più a sinistraAlberto Bagnai si è candidato con lo stesso partito di Calderoli, Salvini e chi pensa che la flat-tax sia la soluzione dei nostri problemi. Claudio Borghi, leghista anti-euro e fiero sovranista, lo stesso delle esternazioni che hanno fatto tremare i mercati dopo la formulazione del contratto di governo Lega-M5S è colui che qualche mese fa esaltava l’Argentina per essere un paese che deve la sua crescita economica alla sua sovranità monetaria.

In realtà proprio l’Argentina, paese ricco di risorse e capacità, è nuovamente in pericolo di
fallimento. E volendo guardare con un occhio critico, oltre che esempio dell’errata equazione
totale sovranità=crescita, questa può dare un interessante spunto di riflessione su “ciò che di sinistra non è”: proprio nella terra sudamericana la sinistra ha più volte dato adito ad ideologie destrorse giustificandole con l’appendice “di sinistra” e si è resa promotrice di rocamboleschi governi che hanno disastrato l’economia e la società. “Il populismo di sinistra”, il “peronismo di sinistra” sono tutte ideologie alle quali si è ispirato il partito giustizialista (lo stesso di Cristina Kirchner e dei suddetti governi) che dovrebbero far riflettere molti nostri conterranei sull’opportunità di trasformare concetti “della fazione opposta” in nuove soluzioni socialisteggianti.

Tornando, però, su questa sponda dell’Atlantico, la millantata riaffermazione delle sovranit
nazionali è un fenomeno sicuramente legato ad una contemporaneità intricata e instabile,
reazione ad una crisi devastante che ha caratterizzato il passaggio fra il primo e il secondo
decennio del XXI secolo non solo in Italia ma in tutta Europa: Quando la globalizzazione criticata al G8 di Genova ha preso vita in una globale mancanza di regolamentazione relativa ai flussi di merci e di individui divincolata da ogni controllo democratico.

Ma qual è la risposta che dovrebbe dare la sinistra a questa fase critica?

Spaccata in europeisti “ad oltranza” e alter-europeisti in Francia, fra PSOE e Podemos in Spagna e in vari e complessi modi in tutti gli altri paesi europei, la sinistra è assolutamente incapace di dare una risposta corale alla crisi delle istituzioni europee. E proprio in un momento in cui è più che mai necessaria l’opposizione di principi democratici e socialisti a un capitalismo senza etica, finanziario e impregnato di neo-liberismo fuori e dentro i confini di Schengen, l’incapacità di proporre un’alternativa alimenta le basi del consenso a destra e fra i populisti: ne sono un terribile testimonianza le elezioni parlamentari italiane che hanno visto il trionfo della destra xenofoba e del plasmabile grillismo incapace.

L’unica caratteristica che che davvero unisce tutti gli ambienti a sinistra di ALDE e PPE in tutto il Vecchio Continente è il non essere esenti da colpe. L’europeismo acritico, di cui probabilmente l’esponente più eminente è Emmanuel Macron, è colpevole (come la sua controparte renziana oltralpe) di non aver dato risposte al sentimento popolare di disaffezione verso un’Europa ormai lontana dalle parole dei Altiero Spinelli e prona alla dittatura finanziaria instaurata in 20 di prevalenza del Partito Popolare Europeo; complice del blocco della spesa pubblica e del favoreggiamento di un’austerità soffocante. Tanto quanto i deliri di Marco Rizzo e Matteo Salvini questa risposta debole ai problemi mina un sano ideale di Europa Unita, libera e democratica.

In Italia continua a vagare senza una meta l’intero mondo della sinistra, da un lato tentato dalla ricostruzione di un nuovo centro-sinistra e di una nuova “terza via” d’impronta renziana e dall’altra in piena confusione. Fra mancanze di rispetto al Capo dello Stato (a 76 anni più lucido di molti politicanti) e piccole correnti deliranti c’è chi cerca l’aiuto del populismo a cinque stelle come Emiliano, che ancora non pare aver ben inteso la dichiarata voglia dei grillini di asservirsi ai “servi dei servi” leghisti. Chi senza troppo entusiasmo fa un plauso al contratto di governo per le sue tendenze contro l’Europa come Fassina.

Una sinistra degna di tale nome non può fermarsi a questo.
In realtà la risposta è deve essere assai più complessa, deve essere la fissazione di un orizzonte fatto di obbiettivi, ideali e prerogative che puntino ad un futuro più lontano delle nuove elezioni. Vanno rispolverati concetti lasciati nel dimenticatoio, come quelli del testo dell’Internazionale che ormai più nessuno ricorda. Le stesse frasi che univano le lotte operaie dei secoli scorsi in tutta Europa, il motivo che spingeva gli antifascisti di tutta Europa a contrastare il nazionalismo franchista nella Guerra Civil. Va riscoperta l’essenza partigiana. Va dato senso ad un nuovo “internazionalismo europeista”, una forza con forte capacità critica e riformatrice e capace di ribadire che nessuno stato europeo sarà libero finché gli altri saranno incatenati da una finanza selvaggia, attaccati da nazionalismi e disparità che mineranno lo sviluppo di ogni essere umano.

Una forza pronta a battersi per la sovranità popolare, più di quella nazionale, dentro e fuori i confini di ogni stato: opporre la forza della democrazia ad una globalizzazione sregolata che mette il capitale prima dell’uomo e del lavoro. Una fazione che cambi l’impostazione dell’Unione Europea, prendendo atto dei benefici e delle tappe che hanno portato progresso tecnico, sociale e culturale per i popoli europei ma che si proponga per dare a questa una nuova direzione, una dimensione non solo economica ma volta al più ampio benessere sociale. Tendenzialmente ciò che propone Lorenzo Marsili (Diem25) nell’intervista alla Stampa del 19 maggio.

E proprio a partire dalla sovranità popolare, in Italia dovremmo tornare ad essere noi stessi
mettendo la nostra Costituzione alla base dell’attività di una nuova sinistra. Solo con parole
d’ordine come lavoro, diritti, cultura daremo una nuova dimensione collettiva ai socialisti
democratici di questo paese. Solo ritrovando il consenso di studenti e lavoratori, di uomini e
donne, riusciremo a mettere (magari sotto il nome di un nuovo partito) insieme la fierezza
intrinseca dell’essere di questa fazione. Quel qualcosa, quella dimensione socio-culturale che è fortemente mancata e che ha lasciato spazio alla inesorabile e tragicomica formazione del nuovo governo.

Tutto ciò è urgente. 60 anni di pace sono minacciati tanto da un’Europa istituzionale che che
spinge i propri popoli a scontrarsi fra egemonie perverse ed economie incapaci di integrarsi
quanto dai sovranismi nazionali, pronti a mettere di nuovo in mano le baionette ai nostri figli e nipoti.
O la sinistra si sveglia o perirà insieme al suo popolo nella diffuso ed aggressivo caos che
caratterizza il nostro nuovo e già dannato millennio.

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