Stefano_Delle_Chiaie

Testimonianza su Stefano Delle Chiaie. Un triste incontro

L’altro ieri è morto Stefano Delle Chiaie, fondadore di Avangaurdia Nazionale, uno dei “fantasmi neri” degli anni bui della strategia della tensione. 
Aveva 83 anni. Latitante fino al 1997, era stato arrestato a Caracas. Nei processi per l’attentato alla stazione di Bologna del 1980 e per quello di piazza Fontana è stato assolto per insufficienza di prove. Viveva a Roma dove animava il dibattito della destra estrema.

Pubblichiamo una testimonianza raccolta da Giovanni Ricci che riguarda un capitolo della storia nera di Delle Chiaie che sì è svolto proprio a Caracas, qualche giorno prima dell’arresto.

Sarebbe stato il mio capo per avviare un giornale locale per la comunità italiana a
Caracas. Si faceva chiamare Alfredo. Era basso, minuto e aveva due occhi di fuoco.
La sua voce era profonda e roca, un po’ impastata dato che fumava moltissimo. I suoi
gesti erano scattanti, camminava velocemente e scompariva silenzioso come un gatto.
Si infervorava con facilità: infatti incuteva, più che rispetto, paura. Almeno a me.
Avevamo come compito quello di riorganizzare un archivio con le notizie riguardanti
l’Italia. L’editore ne aveva una quantità enorme che andava classificata a seconda
degli argomenti: politica interna, esteri, investimenti stranieri…

Il mio era un lavoretto da studentessa, avevo 22 anni e mi avevano assunta perché
parlavo perfettamente l’italiano dopo aver studiato al liceo italiano a Caracas,
sebbene mi sentissi comunque sudamericana e l’Italia, allora, fosse un lontano
miraggio, conosciuta solo l’estate di qualche anno prima.

Ricordo che mentre sceglievo gli articoli impilati in una cartellina, mi si avvicinò e
con veemenza mi chiese: “Vuoi che ti parli del sionismo?”; lo guardai con gli occhi
sorpresi – non avevo la più pallida idea di che cosa volesse dire, di Sion ricordavo il
nome di un monte biblico – e risposi timorosamente di no. Altre volte insisteva su
argomenti di natura politica o sociale lontani anni luce dalla mia realtà, e dissertava a
lungo senza bisogno di interlocutori.

Percepivo che in quel uomo c’era qualcosa di oscuro, qualcosa che mi spaventava: il
suo modo di parlare, di bisbigliare, di ridere in modo stentoreo e fuori tempo. Ma una
mattina assistetti ad una scena terribile.
Mi avevano mandato a comprare il caffè al bar del piano terra, una delle mie
mansioni preferite. Dopo pochi minuti tornai su con il caffè per tutti, ma aprendo la
porta trovai a terra una pozza di sangue: il ragioniere aveva un asciugamano sul
braccio e Alfredo guardava con gli occhi spiritati. Il ragioniere si affrettò a dirmi in
spagnolo di non preoccuparmi, che si era tagliato con un vetro rotto, ma Alfredo mi
prese da un braccio e mi gridò: “Guarda il sangue, guardalo! Quella è la vita che
scorre!”. Per me era invece una pozza di sangue umano e mi sentì quasi male, mentre
l’editore portava il povero uomo in ospedale.

La domenica successiva, come era solito, mio padre si mise a leggere il giornale e mi
disse, sorpreso, che a Caracas avevano arrestato un terrorista nero. Guardai il giornale
e vidi la foto: Alfredo era Stefano delle Chiaie. Mi sembrò di svenire. Io avevo
vissuto quasi tre mesi accanto ad un essere come quello. Il lunedì successivo mi
licenziai, senza che l’editore proferisse parola. Mi informai e capii con chi avevo
avuto a che fare. Per giorni ho avuto il terrore che qualcuno venisse a farmi domande.

Questa storia l’ho raccontata solo molto anni dopo: prima me ne vergognavo. Tuttora
credo che in quei giorni ho vissuto, ignara, a contatto con il Male. Ora potrei dire
Pace all’anima sua”, ma non credo che “Alfredo” abbia mai sentito il bisogno di
provarla.

Foto in evidenza: Stefano Delle Chiaie

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