Esercito europeo

Il rilancio della Comunità Europea di Difesa per un’Europa libera

Era il 1951 quando, dopo il disastro del secondo conflitto mondiale, gli europei incominciarono a pensare alla necessità di un’Europa garante della pace. Monnet, De Gasperi e molti altri politici europei sotto l’influenza del pensiero di Altiero Spinelli incominciarono a pensare ad un’esercito europeo per evitare che l’Europa si bagnasse nuovamente del suo stesso sangue.
La proposta, insieme a quella di una Comunità Politica Europea caldeggiata dall’Italia, fu però scartata. L’Europa non conosceva Maastricht, Roma e tutta una serie di trattati e opere che hanno portato ai progressi dell’Unione Europea. Il processo di devolution era ancora troppo esile per toccare la questione militare.
Ora, al di là del passato del secondo dopoguerra, la proposta di un’Europa unita sotto un unico esercito pare più che mai attuale.

Preoccupa ad Oriente il progressivo sviluppo e ingrandimento dell’apparato militare della Federazione Russa che già in diverse occasioni ha prestato supporto a regimi dittatoriali senza contare le innumerevoli azioni militari più o meno ufficiali compiute nei territori federali e/o limitrofi (si veda guerra nel Donbass del 2014, guerra in Cecenia e simili). Parliamo, di fatto, di una delle nazioni più potenti dal punto di vista militare, la seconda detentrice di testate nucleari e la prima forza detentrice di mezzi corazzati al mondo. Le prove di forza del regime russo sono state diverse: dal supporto al regime siriano di Bashaar Al-Assad durante la guerra civile siriana (e alle relative operazioni congiunte in territorio siriano) allo sviluppo e alla presentazione nel 2016 del missile intercontinentale “Satan 2” da parte del Ministero della Difesa russo, capace di sganciare simultaneamente ordigni nucleari multipli in un’area vasta come la Repubblica Francese.

Al di la del Mediterraneo le nazioni nelle quali la “Primavera Araba” è sfociata in caos politico-sociali pongono inoltre all’Europa nuove sfide sul piano della difesa, mentre sia nell’Africa centro-settentrionale che in Medio Oriente preoccupa l’attività di associazioni terroristiche di matrice islamista capaci non solo di singole azioni terroristiche, ma di prendere il controllo di territori più o meno ampi. Nel 2014 viene proclamata nel debole Iraq post invasione americana del 2003 e in alcuni territori della Siria la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, mentre numerose sono le associazioni terroristiche in altri stati che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico (si veda Boko Haram nel Nord della Nigeria e i singoli attentati terroristici in Europa negli ultimi anni portati avanti da affiliati più o meno collegati all’ISIS).

Dal punto di vista geopolitico preoccupa inoltre l’ascesa di leaders bellicosi non solo in nazioni definite spesso come “non democratiche” (come risulta la Russia di Vladimir Putin nel 2017 secondo Freedom House), ma anche in nazioni democratiche come gli Stati Uniti d’America. Il presidente Donald Trump non ha infatti indugiato ad utilizzare la forza militare nei primi mesi del suo mandato verso paesi terzi (si veda il lancio di 59 missili Tomahawk sulla base siriana di Idlib) minacciando contemporaneamente altre azioni militari verso altri paesi come la Corea del Nord. Inoltre, il Tycoon ha da poco allacciato accordi militari con una delle ultime monarchie assolute al mondo quale l’Arabia Saudita.

Un’altra importantissima variabile di contesto è la partecipazione di molti stati europei all’Alleanza Nord-Atlantica, sopravvissuta alla guerra fredda. E’ importante sottolineare che a questa, non solo partecipano paesi democratici ma anche regimi che hanno invertito il loro processo di democratizzazione e risultano al giorno d’oggi delle democrazie “partly-free”. La partecipazione alla NATO rende, quindi, gli eserciti di molti Stati membri dell’UE alleati, ad esempio, della pseudo-democrazia turca del presidente Erdogan (sempre secondo FH), macchiatasi a più riprese di repressione delle opposizioni e delle minoranze politiche e delle minoranze etniche curde e anche di quelle che combattono lo Stato Islamico nel Kurdistan al confine fra la Siria e la Turchia (si vedano le denunce dello HDP, il partito della minoranza curda e le ambigue operazioni militari che hanno coinvolto la Turchia, le Unità di Difesa Popolare YPG e l’Isis nell’ambito della guerra in Siria).

Al netto di questa sintetica e approssimativa analisi, l’Europa risulta quindi schiacciata fra diverse realtà “calde”, ma comunque legata in gran parte all’Alleanza Atlantica e alla relativa influenza americana.
Nasce, quindi, spontanea la necessità di porsi delle domande e di trovare delle risposte da parte dell’Europa.
Può dirsi l’attuale situazione della più grande confederazione di stati democratici del mondo, fondata sui principi democratici e cosciente della sua storia, qual è l’Unione Europea, sicura e soddisfatta dell’attuale situazione?
Sia sotto un punto di vista puramente ideologico che da quello puramente geopolitico e militare la riflessione non può che dare risposta negativa.

Alla luce dei dati, l’unione delle forze armate europee garantirebbe all’Unione Europea (o ai futuri e auspicabili Stati Uniti d’Europa) la forza bellica fra le prime due più potenti al mondo. E in quest’ottica, già sono tangibili i benefici dei primi progetti che tendono all’unificazione, come il consorzio per la costruzione
dell’Eurofighter Typhoon, un cacciabombardiere unico per unificare i sistemi aeronautici europei e rendere più semplice l’integrazione militare fra le diverse nazioni (oltre che qualitativamente all’avanguardia).

Non sono trascurabili, inoltre, le missioni di pace sotto il comando dello Stato Maggiore dell’Unione Europea (si pensi alla missione EUFOR nei Balcani), un organo con pochi poteri, ma già presente dal 2002.
Già dalla sua nascita, il modesto comparto della difesa UE è stato protagonista di operazioni di peacekeeping e di contrasto al terrorismo e alla pirateria in diverse nazioni anche fuori dai confini europei. Oltre agli interventi di supporto alla democratizzazione, alla pace e al contrasto di traffici illegali in Macedonia, Kosovo e Moldavia (EUBAM, EULEX Kosovo e la già citata EUFOR) non sono poche le missioni di peacekeeping e restaurazione etica e statale di alcune istituzioni e stati dell’Africa (Somalia EUTM, Libia EUFOR, Disarmamento e Restaurazione di pace e stabilità in Congo e Mali) e del Medio Oriente (EUPOL in supporto di Autorità Nazionale Palestinese, Afghanistan e Unarmed EUMM in Georgia), senza contare le operazioni già concluse e le possibili in futuro.

Nel XXI secolo risulterebbe assai interessante l’unificazione dell’intelligence a livello comunitario, non solo nel campo della prevenzione e contrasto alle attività terroristiche, ma soprattutto in quella che è la nuova frontiera della difesa, la cyber- defence, che si occupa di difesa informatica militare e civile. Al momento, nonostante non sia facile attingere a questi dati, si apprende da alcune fonti vicine al mondo della difesa che paesi non-democratici come la Cina e la Russia contano addetti impegnati in questo nuovo campo nell’ordine delle migliaia. I dati e le cifre sono informazioni sensibili, ma in Europa, nonostante paesi come la Germania siano anche essi all’avanguardia, molti dei singoli paesi hanno un comparto di difesa on-line assai esiguo. Immaginare un apparato comunitario di difesa cibernetica è un progetto tanto importante quanto ambizioso che garantirebbe all’Europa un terreno più sicuro e forte nel quale prosperare nuovamente.

Insomma, da un punto di vista politico la comunione della forza militare a livello europeo sarebbe uno straordinario passo in avanti nel processo di integrazione europea. Ciò non significherebbe vedere l’Europa in un ottica “militarista” ma tutt’altro: immaginare il rilancio di un qualcosa di simile alla Comunità Europea di Difesa sarebbe non solo aspirare alla più grande alleanza militare di forze democratiche della storia ma anche una stimolante occasione di sviluppo e cooperazione politica e tecnologica. Non solo avremmo un’Europa indipendente sotto un punto di vista politico-militare, ma l’autonomizazione dell’Europa dalla NATO e dall’egemonia americana renderebbe l’Europa sicuramente un’entità federale più libera di seguire i propri principi democratici, liberali e sociali evitando ambigui quanto spiacevoli coinvolgimenti e alleanze con organismi politici aventi altri fini (si pensi all’invasione dell’Iraq del 2003, della balla dell’esportazione di democrazia e il successivo impoverimento e collasso dell’area mesopotamica poi sfociato nella presa di potere dello Stato Islamico). L’allineamento delle tecnologie e delle strumentazioni militari stimolerebbe l’economia degli stati europei con beneficio delle copiose aziende presenti sul territorio e porterebbe ad un interessante risparmio dal punto di vista delle spese militari dei singoli stati (il risparmio sul fronte della difesa, secondo Francesca Fauri, professoressa di storia economica presso l’Università degli Studi di Bologna, avrebbe già nella storia economica europea permesso ai consumatori di beneficiare “di un maggior volume di beni di consumo, di minore pressione fiscale e di un livello più elevato di sicurezza nazionale*”).

In aggiunta, un ordinato processo di nazionalizzazione e/o di controllo federale dell’industria bellica potrebbe mettere fine alla questione etica della vendita degli armamenti concentrando questa all’interno dell’Unione e mettendo quindi le armi, di fatto, sotto la giurisdizione dell’unica istituzione politico-sociale che ha garantito la pace e la democrazia in Europa per più di 60 anni dall’ideale “Pax Augustea” dal 180 a.C.
E’ l’idea di un esercito al servizio del popolo, della pace e della democrazia**.

Sarebbe, inoltre, interessante l’occasione non solo di integrazione politico-militare, ma anche quella sociale derivante da un eventuale progetto di scambio fra militari di nazioni diverse con fini oltre che di allineamento militare anche di integrazione culturale. Il fine ultimo di una nuova Comunità Economica di Difesa sarebbe quello di garantire ad ogni cittadino europeo un elevato livello di sicurezza e una garanzia ulteriore di tenuta delle istituzioni democratiche non solo all’interno dei singoli stati, ma anche a livello comunitario. A questo si potrebbero aggiungere una nuova serie di progetti finalizzati alla risoluzione dei conflitti nei paesi dove i diritti dell’uomo sono in pericolo, dove i processi di democratizzazione necessitano di supporto e dove l’Unione Europea potrebbe essere ancora portatrice di progresso e umanità dentro e fuori i propri confini. Più semplicemente parleremmo di un’Europa Partigiana, non esportatrice di democrazia, ma più vicina ad un nuovo concetto di “maieutica democratica”, più vicino agli antichi valori europei di democrazia e eudaimonia.

*da “L’Integrazione Economica Europea” di Francesca Fauri, Il Mulino, 2013.

** Un’esercito al servizio del popolo: non ho potuto fare a meno di collegare la mia espressione con quella di una figura chiave della sinistra internazionale, il Subcomandante Marcos. Da una breve lettura su di lui: “I comandanti hanno un mandato affidato loro dalle assemblee popolari e in qualsiasi momento il loro titolo potrebbe essere revocato; il subcomandante, invece, comanda l’esercito e per questo motivo si trova in una posizione gerarchica più alta nonostante l’appellativo subcomandante suggerisca il contrario. Il prefisso “sub” è riconducibile al fatto che egli è al di sotto del popolo, considerato la massima autorità”.

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