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La guerra stupida finita in un videogame

Gioco a Battlefield 1, nuovo videogame sulla Prima Guerra Mondiale in voga fra migliaia di adolescenti, e mentre mio fratello smanetta terribilmente bene con quel joystick mi chiede qualcosa di più sulla Grande Guerra.

La risposta più giusta che instintivamente mi sento di dargli è “una guerra di una stupidità immensa”. Quasi quasi, al netto di una piccola riflessione, trovo una cosa positiva che un evento dalle sfumature così insensate e tragiche sia almeno diventato un videogioco, diventando concreto davanti agli occhi di tanti inquilini del nuovo millennio che della guerra non sanno nulla, se non qualche paginetta dal libro di storia.

Dopo poco più di un secolo, la Prima Guerra Mondiale mi sembra qualcosa di sterile e insensato.

Non che la guerra in sé possa avere qualcosa di geniale, ma per lo meno, nel violento corso della storia, la guerra ogni tanto ha avuto un qualche valore importante da difendere o portare avanti. Ricordo l’avventura dei Mille, che era senz’altro accompagnata dalla buona volontà dei padri fondatori di unire sotto il Tricolore terre che avevano condiviso cultura, storia ed economia senza un’unificazione degna delle potenzialità che gli italiani, raccolti sotto un’unica bandiera e una speranza, avrebbero potuto offrire al mondo. Anche la Seconda Guerra Mondiale celava un’insanabile contrapposizione fra un mondo umano con un’ aspirazione verso la democrazia e il progresso dei popoli ed un mondo super o sub umano che aspirava ancora a risolvere i problemi con l’odio e la sopraffazione violenta; fortunatamente conclusasi con la sconfitta dei secondi.

La Prima Guerra Mondiale è invece, a mio avviso, il triste epilogo di una politica fatta di strategie completamente lontane dagli interessi del popolo. 100 anni dopo, voglio ricordare ancora l’appello pacifista, popolare e socialista di Jean Jeaures, che parlava della guerra come una contrapposizione inutile fra genti. Era un mondo con politici che si affacciavano sul mondo come due aspri avversari in una partita di Risiko, guardando il globo come una scacchiera sulla quale battere l’avversario più come una terra di uomini che lottano per la loro pacifica e dignitosa sopravvivenza.

Scorgo strascichi di quella mentalità così lontana dall’uomo nei discorsi di qualche anziano, di qualche esaltato pronto a dichiarare guerra all’India per la questione dei Marò o di qualche movimento estremista che parla di “sindaci italiani in Africa” riecheggiando una volgare ottica coloniale.

Ma la cosa che mi fa più riflettere è legata al triste pensiero che faccio ogni qual volta mi soffermo a guardare quelle gigantesche lapidi in ogni città d’Italia. Quando leggo gli stessi cognomi dei miei compaesani moderni sulle lastre di marmo del mio municipio che recitano “Caduti Stattesi nella Grande Guerra del 15-18”.

Come dice la mia nonna: “Tanti figli di mamma mandati a morire per colpa dei politici”.

Leggendo quei 26 nomi, uno mi attira in particolare. Michele Caputo, classe 1890, disperso nel 1916 durante i combattimenti sull’Isonzo. Di Michele non so nulla, se non che condivide nome e cognome con un solare ragazzo poco più grande di me, all’incirca 26 anni, di modi gentili e amichevoli. Michele 1 e Michele 2 non condividono molto se non l’appartenenza ad una piccola comunità del meridione italiano, lo stesso nome sulla carta d’identità e forse qualche lontanissima parentela. Eppure quel nome mi da modo di pensare a Michele, strappato dalla sua terra, messo su un treno per il fronte. Penso a sua madre che aspetterà invano il suo ritorno, ai suoi sorrisi che non illumineranno più nessuna serata nel centro storico. Penso ai successi non vissuti, a figli mai nati, a crescite mai avvenute. Penso a questo e la sensazione è tremenda. Lo è tanto quanto vidi nel centro di Trento una lastra di marmo scritta in tedesco, con dei grossi fiocchi neri e gialli, un omaggio ai caduti trentini dall’altra parte della barricata, in quello che un tempo era l’Impero Austro-Ungarico. E lo stesso ho provato in un villaggio del Kent inglese, davanti a mille papaveri rossi in memoria dei “fallen in the First World War”.

Il loro sacrificio non sarà vano solo se nei nostri cuori faranno breccia questi pensieri.

Perché una guerra fatta di nazionalismo e sangue, di brandelli di muro e conquiste coloniali non ci appartiene più, se non come monito per il futuro.

Porto in alto il Tricolore per altri successi, quando ricordo la Resistenza e la nascita della Repubblica. Quando posso entrare in una scuola pubblica ed essere accolto come nuovo membro della comunità italiana, quando vengo curato in un ospedale, quando ricordo che Da Vinci, Michelangelo, Foscolo e Pascoli parlavano la mia bellissima lingua.

Ma non mi sento in dovere di celebrare il trionfo dell’Italia, ma di commemorare il sacrificio dell’Europa intera.

E penso che questo possa valere per un mio coetaneo tedesco, che forse del Kaiser non ha molto di cui essere fiero, ma che vanta l’appartenenza a quella stessa comunità che annovera fra i suoi eroi Marx e Goethe, Lutero e Brecht. E ciò vale per ogni inglese che loda Churchill per la vittoria della IIWW  (The Second World Ware) non per la disfatta di Dardanelli, per ogni austriaco che ricorda Klimt e Freud più che un impero che dopo aver contribuito alla grandezza europea si dissolse dopo il trattato di Versailles.

Keynes fu il grande inascoltato dopo il 19, e già aveva immaginato le terribili conseguenze che la stessa visione della politica pre bellica e propria dell’inizio del secolo avrebbe scatenato dopo il Trattato. E davanti alla sua proposta pacifica, razionale e che puntava al progresso del Mondo, l’Europa con i suoi vincitori scelse ancora la sopraffazione, ancora la politica da Risiko, ancora la strada che rendeva le bandiere non un simbolo di crescita e cultura, ma uno strumento di odio e contrapposizione, motivo di separazione e vendette.

Lungi da me, quindi, avanzare una proposta con la pretesa di paragonarmi ad una delle figure più belle del ‘900, quale John Maynard Keynes che prima di tutti aveva capito che il mondo sarebbe stato migliore crescendo e meravigliando in simbiosi, più che continuando a strozzarsi con le sue stesse mani.. Ma una piccola e timida proposta l’avrei e vorrei avanzarla a chi si è preso la briga di leggermi.

Finiamola con quelle parate sacrificali e nazionaliste che ogni tanto fanno leva sulla Grande Guerra per esaltare sotto le nostre bandiere miti di una guerra insensata. Pensiamo invece a Michele Caputo, a George Price, a Jhoan Clususak e a tutti gli uomini, i ragazzi e le persone decedute per quella guerra.

Voglio pensare a loro, che probabilmente con il senno di poi, avrebbero preferito avere dei figli, vivere una vita felice e un mondo nel quale i problemi fossero risolti senza il bisogno del loro sacrificio. Pensiamo a loro, e ad ogni bandiera su ogni sacrario militare che ricorda la loro appartenenza, la loro storia e il loro sangue versato affianchiamo un simbolo di pace, dall’Italia al Canada, dalla Turchia al Regno Unito, dall’Ungheria alla Francia.

E sia, la loro memoria, il loro lascito e il loro onore un monito per il futuro umano.

Oltre la loro guerra, le loro trincee, le loro urla fra colpi di mitragliatrici e gas asfissianti c’è un mondo che ha continuato a crescere e a fare quello che loro avrebbero fatto se non fossero caduti in quel rituale insensato di violenza.
Ricordiamoli per questo, per ricordare che ci sono mancati dopo la loro morte, quando festeggiavamo piccoli bagliori di progresso qua e là per il mondo, dai quali anche loro avrebbero attinto per far crescere quei figli mai nati, quelle comunità scomparse, quelle storie mai accadute.

Ricordiamoli e ricordiamoci che l’uomo può fare cose molto più grandi che porre fine alla vita dei suoi simili.

E incominciamo a far sventolare le nostre bandiere orgogliosi di chi ha reso il mondo un posto migliore con la nostra stessa lingua, con la nostra stessa cultura, con un nuovo proposito: venirci incontro l’un l’altro, non caricando con la baionetta ma dandoci la mano e costruendo da italiani, inglesi, americani o europei un mondo migliore.

Che l’uomo lotti per il suo progresso e il suo benessere”, l’unico nostro bellissimo e accettabile motto di battaglia.

Foto in evidenza: Il Sacrario di Redipuglia

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