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Rojo, Amarillo y otros problemas – Uno sguardo alla Catalogna

“No hay Cataluña sin España, No hay España sin Cataluña.”
In teoria e con gli occhi di chi vive all’esterno, vale questo principio. Valeva già quando qualche anno fa guardavamo con diffidenza una Scozia che minacciava di abbandonare l’Union Jack. Nei giorni della Brexit, successivamente, non bastò incrociare le dita dall’Italia per vedere il trionfo del “Remain“.
In casa nostra abbiamo sempre storto il naso davanti agli appelli dei leghisti, anche perché l’idea bizzarra di tirare fuori dal cappello una nazione mai esistita quale la Padania, ha sempre celato in realtà istinti fatti di razzismo ed egoismo con istanze e campagne più da “minorati” che da “minoranze” vere e proprie.

Siamo nel 2017 e oggi la magnifica Barcellona somiglia più a Belfast durante i “Troubles”, il Veneto e la Lombardia hanno lanciato un referendum inutile e costoso che rimarcherà la differenza fra un “noi” ed un “loro” e l’Europa continua a spezzettarsi.
La realtà è molto più complessa delle barricate dietro le quali la gente spesso tende spesso a rifugiarsi. Mentre Salvini si lascia fotografare con la bandiera catalana trascinando a sé consensi con lo stesso spirito di chi spezza i popoli durante un acceso derby calcistico, ci sono due principi che hanno idealmente pari ragione, ma spesso senso opposto nella pratica.
Il principio di autodeterminazione dei popoli è il primo. Ne parlavano Woodrow Wilson e Vladimir Lenin, gli stessi leader di due nazioni confederali così diverse eppure così capaci di mettere insieme federalismo e minoranze, almeno fino alla disintegrazione politica degli stato in questione, cosa che avvenne nell’URSS ma non negli States. L’idea generale è che non si possano imporre lingua, credo e decisioni direttamente “dall’alto” senza la minima legittimazione popolare da parte dei sottoposti all’autorità.

Una corretta cessione di parti dello stato ad organismi “sovra” o “sub” nazionali ha in realtà spesso generato i suoi frutti: basta dare un’occhiata a democrazie come il Belgio o l’Olanda per notare che ci sono modi genuini per gestire la questione dell’indipendenza culturale senza mortificare l’unità politica. Cosa diversa è invece dare adito ad un nazionalismo cieco e violento, di cui prova lampante dei relativi orrori l’abbiamo vista concretizzarsi sull’altra sponda dell’Adriatico con la fine della Jugoslavia: tolta di colpo la pressione del pesante regime titino il mondo ha assistito ai crimini di un territorio lasciato in pasto ai nazionalismi e all’odio etnico, religioso e culturale, di cui Srebrenica è stato uno dei capitoli più raccapriccianti.

Il secondo principio ha invece come fondamento sostanziale l’idea che “l’unione fa la forza“. Nel mondo liberale ciò si evidenzia nel motto di alcuni stati quali “E pluribus unum” degli USA o il più medioevale “Tutti per uno e uno per tutti”, proprio della Confederazione Elvetica. A sinistra un’appello simile è stato storicamente quello di Marx (il celeberrimo “proletari del mondo, unitevi!”) che con il passare del tempo ha portato a formulazioni più generali quale, felice esempio, possono essere le parole di un certo Berlinguer: ”Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno“.

E’ chiaro che questo principio vale, ma solo a condizione che gli attriti fra le parti in causa siano gestiti in maniera più civile e democratica possibile: l’imposizione accompagnata dalla repressione non giova mai a nessuno. Ciò è stato chiaro più volte nella storia, dall’abolizione autoritaria del Parlamento dell’Irlanda del Nord nel 72 al debole tentativo di “esportare un format democratico” in Iraq da parte di Bush Junior nel 2003, sfociato pericolosamente anche nei processi che hanno portato all’instaurazione dello Stato Islamico in Medio Oriente.

Difficile immaginare l’armonia e la pace fra chi si punta le armi contro, che queste siano degli unionisti ad ogni costo o degli intransigenti indipendentisti.
Ideare, modificare e riformare devono restare atti possibili.
Se nel 1776 tredici stati del Nord America non si fossero uniti cosa sarebbe successo? Risulta abbastanza difficile immaginare gli Stati Uniti raggiungere la loro posizione di predominanza senza la creazione di uno Stato federale, con risorse abbondanti, comuni e caratterizzato da una forte unità politica. Come d’altronde possiamo pensare ad una Germania cosi relativamente tranquilla come ai giorni nostri se un centro propulsivo così importante quale la Baviera venisse spogliato della sua autonomia, delle sue rappresentanze e delle sue tradizioni?
Il progresso è fatto di integrazione, di intrecci, di idee e culture che si confrontano, che si arricchiscono e che trovano soluzioni comuni, anche a problemi particolari. Non saranno le pallottole di gomma della Policia Nacional a mettere fine alle richieste di maggiore autonomia della Catalogna. Allo stesso modo non sarà l’idea che “basta dividersi per risolvere i problemi” a cancellare secoli di Spagna, di trionfi, cadute e successi.
Eppure sia la Spagna sia la Catalogna guardano con speranza il sogno di un’Europa più unita. Il motto che ci unisce tutti, in questo Vecchio e Matto continente è “Uniti nella diversità”, possibile che non dica niente a nessuno?

Raccolgaci un’unica bandiera, una speme”. Sono le parole di Goffredo Mameli che esortava l’Italia ad unirsi e progredire. Le stesse parole che oggi possono essere regalate all’Europa e ad ogni europeo che ha fede nel progresso.
Se il consenso prevarrà sull’oppressione, se la cultura trionferà sull’ignoranza, se l’integrazione e la solidarietà andranno di pari passo con il rispetto e l’amicizia dei popoli non ci sarà solo spazio per la Catalogna e la Lombardia. Ci sarà spazio per spagnoli e italiani, per europei e tedeschi. Ci sarà spazio per mille culture, diverse e intrecciate da un’ unica speranza:
Far passare alla storia l’idea che non è l’odio e la divisione a fare grandi i popoli, ma la capacità di lasciare ai posteri un mondo migliore e degno delle storie e dei sacrifici che ogni cultura ha contribuito a regalare all’umanità.
Hoy “unidos en la diversidad”, manaña esperanzados en el progreso.

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