Senato1

Il bicameralismo paritario, il male assoluto?

Tutti i mali della democrazia italiana sono concentrati in questo terribile Moloch, il Bicameralismo paritario, che imbriglierebbe il sano dispiegarsi del parlamentarismo italiano, rallentando i processi decisionali e rendendo il paese meno credibile agli occhi del resto del mondo. Viene così richiesto un sacrificio a questa terribile divinità maligna: perdere un po’ di rappresentanza rinunciando ad un Senato quale seconda camera di compensazione, di riflessione, e guadagnarne in efficienza.
Ma le cose stanno davvero così? Il dubbio che fosse una di quelle profezie che si auto-avverano, una sentenza pronunciata ben prima del dibattimento, mi era venuta per il fatto che in 70 anni di vigenza della Costituzione il paese, le sue istituzioni democratiche hanno tutto sommato retto a ben altri attacchi che non quelle del Bicameralismo paritario. Ma soprattutto per il fatto che in questo paese non è che di leggi non se ne siano fatte; anzi, magari anche troppe. Ma la certezza che si trattasse di una narrazione quanto meno discutibile, l’ho avuta in seguito alla lettura di una ricerca svolta da Valerio Di Porto, capo servizio ufficio studi della Camera dei Deputati, il quale si è preso la briga – per dovere d’ufficio, direi – di analizzare i procedimenti legislativi della XVII legislatura, quella in corso, per verificare quante leggi si fossero approvare, con quanti passaggi parlamentari, in quali tempi.

Dal quadro presentato da Di Porto in un convegno svoltosi a Palermo lo scorso 8 luglio, emerge un quadro molto meno mostruoso di come il Moloch Bicameralismo paritario viene dipinto. La lunghezza dei tempi, lo stresso infinito del procedimento della “navetta” fra i due rami del Parlamento ne escono fortemente ridimensionati. Nell’attuale legislatura e fino al 30 giugno 2016, il Parlamento ha approvato 224 leggi e di queste ben 180 (cioè oltre l’80,4%) sono state approvate senza necessità di navette. Le leggi ordinarie sono state 48; di queste 26 sono state approvate con soli due passaggi parlamentari, 17 con tre passaggi e solo 5 casi hanno avuto bisogno di più passaggi, di cui 4 con due letture in ciascun ramo e 1 (la legge sull’omicidio stradale) con 5 letture.

Sono invece più lunghi i tempi di approvazione delle leggi: 266 giorni in media per le 224 leggi approvate nella legislatura, il che dimostra che l’inceppamento non è nell’architettura del sistema istituzionale, bensì nella politica e nei partiti. Che, unitamente ad una serie di problematiche di funzionamento istituzionale (su cui però la riforma non interviene, né potrebbe farlo), porta ad una qualità (più che ad una quantità) della legislazione che perlopiù è caratterizzata da principi di valore astratto (a cui contribuisce anche una prassi di debole istruttoria legislativa nelle Commissioni) e da una delega quasi completa al Governo a realizzare norme di dettaglio e puntuali. Inoltre, la difficoltà a programmare, progettare e istruire le leggi si traduce spesso in una loro volatilità: norme di breve durata e talvolta le leggi restano senza norme di attuazione.

Ma tutto questo non ha assolutamente niente a che vedere con il bicameralismo paritario. Che può ben essere superato, ma alla condizione che nel Senato siano davvero rappresentati gli enti territoriali (Regioni soprattutto), non l’articolazione territoriale della politica. E purché il Senato abbia un effettivo ruolo paritario nella legislazione nelle materie che riguardano anche la potestà legislativa delle Regioni. Nello specifico nei territori legislativi dove la competenza che la riforma definisce di “norme generali e comuni” dai confini assai incerti e dal sicuro esito conflittuale con le Regioni in tema di tutela della salute, politiche sociali. Istruzione, attività culturali e turismo, governo del territorio. Sono, infatti, queste le materie che, immotivatamente, la riforma recupera al centro del sistema, privando le Regioni delle loro competenze costitutive. Questa ricentralizzazione del sistema, che chiude con decenni di regionalismo, è il vero punto debole dell’intera riforma, che inficia la motivazione stessa del superamento del bicameralismo paritario.

Simone Siliani

Commenti