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Il giudizio negativo di Bruxelles sulle manovre finanziarie italiane

L’articolo 126 del trattato sul funzionamento dell’Unione stabilisce che la Commissione esamini la i bilanci dei singoli Stati membri sulla base dei criteri seguenti:
a) se il rapporto tra deficit pubblico e PIL supera il 3%
b) se il rapporto debito/PIL supera il 60% salvo che questo rapporto non mostri un soddisfacente avvicinamento verso tale valore

Il deficit italiano dal 2012 non ha mai superato il 3%. Il rapporto debito/PIL è invece sempre aumentato dal 100% del 2007 fino al 132,8% attuale.
Per i paesi sottoposti a esame approfondito, le relazioni sono volte a stabilire la misura degli squilibri e sono la base del dialogo con gli Stati, in vista dei programmi nazionali di aprile (per l’Italia il DEF). Le 27 relazioni (tranne la Grecia, oggetto di apposito programma), pubblicate il 22 febbraio scorso, valutano i progressi dei Governi nel dare seguito agli aspetti individuati nelle raccomandazioni ricevute nel luglio 2016.
Cosa ha deciso la Commissione sull’Italia? Nel rapporto, esaminato il criterio del debito (che l’Italia non rispetta) e i tempi previsti per la sua riduzione, la Commissione ha deciso che, se le misure strutturali aggiuntive, di almeno lo 0,2% del PIL, che il governo si è impegnato ad adottare entro aprile, non verranno attuate in modo credibile, l’esame non è superato. La decisione sulla procedura per disavanzo eccessivo sarà presa dopo l’attuazione degli suddetti impegni. In sostanza la Commissione ribadisce che la flessibilità ha un limite, coincidente con la necessità di finanziare i cali delle imposte con riduzioni di spesa.
L’analisi comprende tutti i fattori significativi, cioè: le condizioni economiche sfavorevoli ma in miglioramento; il rischio di non conformità con l’aggiustamento richiesto verso l’obiettivo; il rallentamento nelle riforme strutturali per la crescita sulle quali il governo si era impegnato.

Nel 2015 il rapporto debito pubblico/PIL ha raggiunto il 132,3%, cioè 0,4 p.p. in più rispetto al 2014. Tale aumento è causato dai tassi sul debito, pur in discesa (al 2,6% dal 2,7% del 2014), risultati inferiori alla crescita del PIL.
Nel 2016 il rapporto debito/PIL aumenta ancora anche se l’Italia ha beneficiato:
1) del fatto che si è tenuto conto della sua “congiuntura sfavorevole”;
2) di una flessibilità condizionata: a un piano credibile per l’aggiustamento verso l’obiettivo dal 2017; all’uso della flessibilità per aumentare gli investimenti; alle riforme strutturali;
3) di una tolleranza per le spese di sicurezza anti terroristica e per l’afflusso di rifugiati (0,2% del PIL nel 2016 per la sicurezza, mentre la Commissione calcola lo 0,06% del PIL per questa spesa supplementare). Per l’incidenza “rifugiati”, l’Italia ha chiesto un altro 0,2% mentre la Commissione ha accettato uno 0,04% del PIL.
Per il 2017 si è chiesto un aggiustamento strutturale di almeno 0,6% del PIL, mentre l’Italia ha richiesto una flessibilità di 0,4% del PIL, metà per i rifugiati e metà per la tutela antisismica. La Commissione si riserva di ammettere tali spese dopo che avrà ricevuto i dati ex ante ed ex post.
Conclusioni. Il debito pubblico è salito al 132,8% del PIL, ben sopra il valore del 60% senza alcun progresso di riduzione del debito. Il divario tra impegni e risultati è particolarmente ampio anche a causa del deterioramento del saldo primario (al netto degli interessi), che passerebbe da -1,0% del PIL nel 2015 a -2,5% nel 2018 a politiche invariate. Quello della Commissione è un cartellino giallo, la premessa per l’istruttoria di una possibile procedura di infrazione.
In conformità al Trattato, la relazione ha esaminato anche le condizioni macro economiche, ancora sfavorevoli anche per la bassa inflazione (a febbraio in crescita all’1,5%), ma ora migliorate. Il che è un problema perché queste non potranno più essere considerate come circostanza attenuante per un divario rispetto al risanamento nei prossimi anni.

In sintesi, il debito pubblico continua a rappresentare una delle maggiori fonti di vulnerabilità dell’Italia e le misure recentemente adottate sulle pensioni non sono in linea con le passate riforme pensionistiche che hanno migliorato la sostenibilità del debito, insieme ad altre riforme strutturali per la crescita. Un ulteriore rischio sono i costi per la ricapitalizzazione delle banche in crisi, per il rimborso degli obbligazionisti e per le garanzie sulla cartolarizzazione delle sofferenze (GACS).
Tutto ciò non giova alla credibilità italiana e da qui deriva la sfiducia dei nostri partner. Le alternative sono rispettare le regole del Fiscal Compact o la procedura per deficit eccessivo con le conseguenze devastanti in termini di costo per interessi.

L’insoddisfazione della Commissione nasce dall’attenuarsi della spinta riformatrice e dalle promesse non mantenute. Il ritorno della crescita del PIL indica però che, seppur con ritardo, l’economia italiana ha ripreso la strada della normalizzazione. Ma la normalizzazione è un macigno che impedisce altre richieste di flessibilità nelle politiche pubbliche italiane.
La UE considera pure la sconfitta nel referendum costituzionale ma contesta ancor più l’affievolirsi dell’iniziativa riformatrice nei tanti capitoli aperti dal governo Renzi, di cui si è persa traccia (dopo gli 80 euro e la decontribuzione sui neo-assunti a tutele crescenti). Poi ci sono le promesse sulla riduzione del deficit disattese anno per anno da tutti i governi succedutisi dal 2010 in poi.
Al netto degli aspetti tecnici, il rapporto rammenta che, in una unione monetaria, le regole vanno rispettate, pure coi margini di flessibilità, che sono temporanei. A un certo punto arriva il momento in cui i numeri e il mercato dettano l’agenda delle cose da fare. La strada seguita dal Governo Renzi di leggi di bilancio che rispettano i vincoli con improbabili clausole di salvaguardia, lotta all’evasione e rinegoziazioni continue, è finita.
Si tratta ora di scegliere tra la dura verità, cioè politiche di revisione della spesa per finanziare riforme efficaci, o la procedura di infrazione con intervento dell’Europa nella gestione dei conti pubblici. Il prossimo DEF di aprile ci dirà quale è la scelta del debole governo italiano.

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