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Per l’Europa voto al Pd, ma poi Zingaretti dovrà rigirarlo come un calzino

Tutte le elezioni sono importanti. Non penso che ci sia stata una più importante delle altre. Dal Referendum su monarchia o Repubblica, giù fino ai giorni nostri.
Prima della riforma del ’92 i temi dominanti erano la forza della DC, condannata a governare e la crescita o il calo del PCI, condannato all’ opposizione. Dopo quella riforma si è aperta anche la strada all’alternanza di Governo. Berlusconi o l’Ulivo di Prodi. In quegli anni si è anche affacciato il tema del calo dei votanti con una lettura, la disaffezione al voto, che raccontava solo una verità parziale. Certamente cominciava un periodo di secolarizzazione anche in politica, attribuito alla fine delle ideologie, e poi al ruolo sempre meno incisivo dei partiti nel determinare gli orientamenti politici, e quindi anche quelli elettorali. Insomma l’orgia della mitica società civile. Alla quale si riconduceva tutto e il suo contrario. Naturalmente c’era molto di vero in ciò. Ma si tralasciava con colpevole leggerezza, un dato demografico ed uno politico riconosciuti, finalmente, da studi sui comportamenti elettorali più recenti, e più analitici. La popolazione invecchiava, anche grazie agli sviluppi positivi delle condizioni vita e di cura. I giovani sempre meno attenti alle vicende della politica, rappresentata come il male assoluto ed un unicum indistinto, il cui unico scopo era ed è l’interesse personale. Infine, il venir meno, nelle elezioni politiche, del voto di preferenza, da sempre grande incentivo alla mobilitazione.
La degenerazione, o la fine, dei grandi partiti di massa ha comportato la trasformazione di soggetti collettivi in comitati elettorali. Le satrapie. Con tutte le nefaste conseguenze anche di ordine morale.

Domenica, finalmente si vota per eleggere il nuovo Parlamento Europeo. Si dovranno scegliere 73 italiani da inviare a Strasburgo. A far che, verrebbe da chiedersi. Ed in questo banale interrogativo, di impronta populista, che risiede il significato del voto. E non solo. Infatti le ricadute nazionali potrebbero essere più incisive del passato.

Ma procediamo con ordine. Si vota per l’Europa e la semplificazione giornalistica, sempre più incline a prendere a prestito il linguaggio sportivo, ci offre il derby tra sovranisti e europeisti. Spalti pieni e botte in campo.
Ma è proprio così? Da anni ormai, come ci ha ricordato Zygmunt Bauman, è il mercato, soggetto invisibile, a condizionare le scelte degli Stati.
Le promesse elettorali sono regolarmente vanificate dalle compatibilità imposte dal nuovo dominus. Ciò ha determinato un senso di frustrazione nei governi e la conseguente perdita di credibilità tra gli elettori.
Viviamo un’era in cui le istituzioni non credono più in se stesse e si diffonde lo scetticismo sulla capacità di agire dei governi” (Z. Bauman, Oltre le nazioni: l’Europa tra sovranità e solidarietà).

La nozione di sovranità nasce nel 1555, con la dieta di Augusta. Fu convocata da principi dinastici nell’estremo tentativo di porre fine a devastanti conflitti di religione che dilaniavano
l’Europa cristiana. Si arrivò ad affermare il principio del cuius regio, eius religio che affidava a chi governa di stabilire la religione dei sudditi. Si affermava un principio contenuto già in Machiavelli, che conferiva al Principe l’assoluto governo all’interno dell’ ambito territoriale ad esso assegnato. Il Principe, quindi, non aveva altri obblighi se non la raison d’etat. Quest’ultimo era riferito a confini ben definiti del territorio. Il potere in questo ambito era assoluto e totale. Ogni forma di interferenza era considerata un casus belli.
Così nacquero gli stati sovrani. Per oltre 100 anni cruente lotte di religione e non solo, hanno lacerato il continente. Fino al 1648 quando fu negoziato l’accordo sulla “sovranità vestfalica“. La semplice sostituzione di “religio” con “natio“, fornì il presupposto mentale per determinare il modello dello Stato-Nazione.
Questa identificazione ha legittimato la separazione del “noi” da “loro“. Il modello si affermò nei secoli in tutti gli stati europei, e fu anche esportato ed imposto ad imperi che avevano al centro l’Europa. Si pensi ai confini imposti a popolazioni tribali, fino all’ex Jugoslavia. Nel ‘900 ciò fu causa di guerre mondiali sanguinose, come mai.
Si cercò di dare un ordine mondiale con l’Onu, il cui Statuto teso a tutelare l’integrità degli Stati, si rifà proprio al modello di sovranità vestfalica.

Oggi quel modello è superato. Ne pagano ancora le conseguenze quegli organismi sociali che lottano per conservare la loro integrazione (Bauman).
Le strutture sovranazionali, finanza, informazioni, traffico di droga, di armi, terrorismo, hanno da tempo superato la dimensione dello Stato-Nazione. L’Europa con le sue bizantine regole e con l’egoismo degli Stati sovrani, non riesce a fare quel salto di qualità necessario per affrontare i gravi fenomeni indicati. La stessa moneta, sottoposta alle decisioni dei singoli stati, è sottoposta a continue tensioni. Per non parlare dei limiti della politica estera. Certo le lingue diverse rendono il continente simile alla Torre di Babele.

Un processo di integrazione dovrebbe partire forse proprio da lì. Da un maggiore investimento in conoscenza, cultura, contaminazioni. Bisogna certamente superare il paradosso di una dimensione globale , che viviamo o subiamo, e di strumenti nazionali con i quali la vorremmo governare. Per far ciò è importante uscire dalla logica che è possibile tutto ciò che si fa all’ interno dello Stato-Nazione, tutto il resto è espressione di accordi precari.

Jurgen Habermas oppose a questa teoria un solido ragionamento, fondato sul fatto che l’ ordine democratico non si fonda sul presupposto dello Stato-Nazione, bensì sulla capacità di creare quell’integrazione attraverso l’impegno politico dei cittadini.
Solo la “visione condivisa di una missione collettiva” può spingere ad una integrazione politica. Del resto cosa ci hanno insegnato i Romani? Altro che nazionalisti e sovranisti .

Lo sforzo da compire è quello di cogliere la sfida globale ed affrontarla con gli strumenti adeguati di Governo, non subirla. Come fin qui è stato. Allora più Europa, non questa Europa. I processi globali, come quelli migratori, la concentrazione di ricchezza ed il conseguente aumento di povertà, non si possono governare sollecitando paure e tensioni. Chiusure ed egoismi. Solo la grande autorità morale di Papa Francesco si eleva sopra queste miserie.
Altro che chiusura di porti. A breve dovremo far fronte ad un pericoloso calo demografico. I migranti toccherà cercarli, altro che respingerli.
La demografia è presupposto dell’economia. Possibile che si faccia finta di non capire? Ecco l’attualità dei pensieri lunghi di Berlinguer!

Basterebbero queste sommarie considerazioni per capire che il sovranismo è un espediente superato. Si tiene in vita al solo scopo di creare un nemico da additare come causa di ogni frustrazione. Ma gli argomenti ormai sono assolutamente inconsistenti. Il voto dovrà premiare quelle forze che hanno compreso che un nuovo equilibrio si può trovare, insistendo su più stringenti forme di integrazione, di politiche sociali e di sviluppo, condivise. Innanzitutto nel nostro comune interesse. Il fronte sovranista non esiste come entità politica coesa. Può stare assieme su un palco a recitare un rosario blasfemo con Salvini. Ma non concederà mai al nostro Paese, come a nessun altro, quel di più di flessibilità o di cooperazione insistentemente richiesta.
Su questo dovrebbero riflettere i democratici di destra, se ancora ci sono.
Non serve scimmiottare Trump con un “prima gli italiani” dal sapore chiaramente provinciale.
Certo i nostri interessi vanno difesi, ci mancherebbe, ma sapendo che solo politiche di coesione e condivisione le possono garantire. Non è facile. Ma è quell’ educazione mentale che dobbiamo creare per costruire l’Europa unita.

Il voto avrà ricadute nazionali. Salvini e Di Maio cercano di occupare la scena recitando tutte le parti in commedia. Ho scritto e confermo, sono come i ladri di Pisa. Salvini non ha nessun interesse al crollo dei 5S, ed all’apertura della crisi. L’ obiettivo è crescere a scapito di Berlusconi. La politica muscolare è a corto di argomenti. Gli sbarchi continueranno, aumenteranno con il bel tempo. E Salvini non può fermarli con le mani. Di Maio per più di un anno ha ceduto la scena . Ha assecondato tutte le scelte, a volte subendole. Poi, ad un mese dalle elezioni, una rapida svolta a sinistra e continui niet, per recuperare il terreno perduto.
Un giochino infantile e banale. Difficile cascarci. Spero.

Il PD lacerato all’interno, ha impiegato molto tempo a ridarsi un assetto plausibile, dopo la batosta elettorale dello scorso anno.
Per tanto tempo è parso a tutti una specie di Duna, la più brutta macchina della Fiat.
Zingaretti ha vinto il congresso con una partecipazione alle primarie ed un consenso inaspettati. Ha costruito una lista unitaria.
Sinistra e Bonino corrono da soli. Spero che ottengano il quorum. Dubito. Il bacino elettorale del PD è valutabile, oggi, nel 22/24 per cento. Gli altri partiti di sinistra possono arrivare a raccogliere un sei, sette per cento complessivo. Peccato, perché il 26 sera si conteranno i voti di Salvini, Di Maio e Zingaretti.
Si valuterà, cioè, se il PD potrà essere una valida alternativa. Spero di sì. In prospettiva il problema principale per questo partito è la capacità coalizionale. Si vedrà. Molto dipenderà dal voto. È prematuro parlarne adesso. Il vero problema del Governo è la prossima manovra. Lì si renderanno evidenti i guasti di tante promesse difficili da esaudire.
Come sempre il banco di prova sarà l’economia, e lì i conti non tornano.

Dopo il 26 Zingaretti dovrà dedicarsi innanzitutto al partito. Va rigirato come un calzino. C’è da sperare che dopo la Duna si possa passare almeno ad una più gradevole Panda. Magari 4×4. Nel senso di quattro ruote motrici …
Voterò convintamente PD. Auspico che tanti delusi, arrabbiati, astenuti si rendano conto della posta in gioco, votando, di conseguenza, PD e, principalmente, riprendendosi il partito.

Foto in evidenza: Nicola Zingaretti, segretario del Pd

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