Die Toten mahnen uns, i morti ci interrogano, recita la stele che a Berlino sovrasta la tomba di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht assassinati da soldati nazionalisti al servizio di un governo di destra socialdemocratica che aveva posto su di essi una taglia, “rei” di aver appoggiato un’insorgenza operaia.
Molto altro, inoltre, nel corso del Novecento e di questo primo scorcio di Duemila ci ha direttamente interrogato. In questo momento a interrogarci sono soprattutto i curdi, vittime storiche speciali della della Turchia. Sono essi a sconvolgere le nostre coscienze, a contestarci incertezze e opportunismi. Non solo i curdi, beninteso: ci interrogano e sconvolgono da gran tempo i palestinesi, abbandonati a un colonialismo israeliano che sta completando la conquista del loro territorio e della loro acqua, come ci sconvolgono i milioni di profughi mediorientali e di povera gente che fugge dall’Africa o dall’Afghanistan, o la persecuzione e massacri a danno di rohingya, mapuche e tante altre popolazioni in tutto il mondo.
Non è facile capire cosa fare di più adeguato, ma occorre inventarlo anche attraverso approssimazioni. Bisogna riuscire urgentemente a colpire, non solo a manifestare e a scrivere articoli. Ho letto l’appello al boicottaggio economico della Turchia, è una buona idea, si presta anche a iniziative popolari sul piano del turismo, dell’uso della compagnia di bandiera, dell’import di beni di consumo, di tessile, ecc. Bisogna denunciare pubblicamente i gruppi economici che investono (in altre parole, delocalizzano) in Turchia, commerciano con essa, ecc. Soprattutto occorre denunciare la vendita di armi a questo paese, cui prende parte anche l’Italia.

Quella in corso è solo l’ultima tragedia mediorientale di matrice turca
La “turchizzazione” linguistica e religiosa dell’Anatolia da parte di qualche centinaio di migliaia di nomadi turcomanni di fede islamica poté essere realizzata solo mediante stragi periodiche di armeni, greci, georgiani, assiro-caldei-siriaci, altre etnie e fedi che opponevano resistenza. E’ seguita, o, meglio, è stata continuamente rafforzata da questo dato della storia anatolica un’antropologia turca feroce, ossessiva, paranoica, stando alla quale il territorio anatolico sarebbe una sorta di proprietà assediata da preventivamente difendere contro i portatori di altre lingue, religioni, culture. Un proverbio turco recita che “solo il turco è amico del turco”. Guardando al Novecento, il periodo a cavallo della prima guerra mondiale ha registrato nell’Impero Ottomano e poi in Turchia lo sterminio totale di armeni (1 milione e mezzo di esseri umani) e assiro-caldei (300 mila), di fede cristiana, ma anche lo sterminio di quelle tribù curde (500 mila?), largamente di fede mussulmana, che rivendicavano la creazione di un proprio stato (ciò gli fu pure concesso dal Trattato di Sèvres, 1920: ma poi esso verrà spartito tra la Turchia e un neonato Iraq sotto occupazione britannica).

C’è, dunque, qualcosa di profondo e di mai elaborato e autocriticato nell’immaginario della popolazione turca, tra le cui manifestazioni è una coazione sistematica all’aggressione e alla guerra contro quelli che sono fondamentalmente fantasmi, oppure realtà che tentano solo di difendersi. Sono per questa popolazione aggressori tutti quanti tentino di difendersi dalla Turchia, sono tutti, nel suo lessico di oggi, “terroristi”. E’ questo “profondo” a scatenare periodicamente i governanti turchi in attacchi e repressioni di una ferocia estrema a danno di altre popolazioni e fedi religiose; siano essi, cioè, i capi kemalisti e laici delle forze armate oppure i partiti di estrazione kemalista (il Partito Repubblicano del Popolo) oppure il Partito del Movimento Nazionalista, apertamente razzista (è il partito dei Lupi Grigi), da sempre alleato dei militari, oppure il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP: fondamentalista, filiazione dei Fratelli Mussulmani) di Recep Tayyip Erdoğan.

Per l’esattezza c’è stata un’eccezione in questa storia: il decennio di guida politica della Turchia (1983-1993) da parte del Partito della Madrepatria capeggiato da Turgut Özal, di origine in parte curda. Morto nel corso della sua Presidenza della repubblica, la sua famiglia ritenne che fosse stato avvelenato dal MİT (l’intelligence turca).
Inoltre, va aggiunto che i maggiori contesti urbani della Turchia sono stati impegnati in questi ultimi quindici anni da movimenti democratici di giovani, donne, sindacati del pubblico impiego. Ciò ha rotto la compattezza antropologica della popolazione. Il giornalismo e un pezzetto di magistratura, di insegnanti, di accademici, di scrittori hanno funto da espressione e da tutori di questi movimenti, sfidando la repressione. Ma i poteri politici reazionari sono riusciti anche stavolta a prevalere, ricorrendo ai soliti mezzi. Le manifestazioni celebranti il 1° maggio sono state sempre disperse dalla polizia a bastonate; quelle celebranti l’8 marzo sono state sempre attaccate dalla polizia con i cani lupo; gran numero di manifestanti è sempre finito in carcere, e lì bastonato e torturato; sempre le donne sono state violentate. D’altra parte la Turchia profonda, quella degli altopiani anatolici, quella in mano ai mullah, quella maggioritaria, rimane il dato sociale e culturale soverchiante della realtà turca e l’elemento sociale che dà forza ai poteri reazionari islamisti o militari.

Il fallimento del minicolpo di stato del luglio del 2016 sarà perciò facilmente usato da Erdoğan centralizzare massimamente il potere nelle sue mani, ovvero per disfarsi di ogni antagonista moderato in campo islamico, a partire dalla rete fatta di imprese, scuole, servizi in mano a Fethullah Gülen, poi per colpire, licenziare, incarcerare giornalisti, insegnanti, accademici, ecc., parimenti per colpire gran numero di quadri delle forze armate solo perché considerati politicamente inaffidabili (che Gülen sia stato tra i protagonisti del colpo di stato è solo una delle tragiche buffonate che infiocchettano la propaganda turca).
Questa micidiale realtà è la seconda potenza militare della NATO.
Ecco perché i due fondamentali poteri turchi attuali, quello dell’AKP e di Erdoğan e quello militare, rappresentano una minaccia di aggressione armata onnidirezionale da non sottovalutare, come invece continua ad avvenire da parte occidentale e da parte russa.

La Turchia è da tempo una gravissima minaccia alla pace mondiale
Perché una tale minaccia: primo, perché, inizialmente in solido all’Arabia Saudita, ai satelliti di quest’ultima e al Qatar, la Turchia ha trasformato in conflitto regionale quella che era stata inizialmente in Siria una crisi politica tutta di matrice interna animata da manifestazioni di giovani, donne, lavoratori contro il potere corrotto e criminale del partito Baath e poi era rapidamente evoluta, data la repressione, in una scissione delle forze armate e in guerra civile. Come questa trasformazione da parte della Turchia: creando, attivando, finanziando, armando, ospitando e istruendo milizie fondamentaliste, dapprima al-Qaeda e altre minori, già attive in Iraq, poi Daesh (lo Stato Islamico), scissione di al-Qaeda. In diretta conseguenza la guerra civile in Siria oltre a risultare irrisolta comincerà a essere parte di un conflitto più generale, agganciandosi alla crisi irachena e avendo cominciato a giocarvi sempre più pesantemente Stati Uniti, Russia, Iran, anche Israele (la cui destra è interessata alla continua destabilizzazione del Medio Oriente, ciò consentendole di poter continuare la propria colonizzazione della Palestina in mano araba).
A quale scopo, con quale obiettivo fondamentale, da parte della Turchia: la sua espansione territoriale diretta e indiretta, usando sempre più e meglio l’antagonismo tra Stati Uniti e Russia e, dunque, la loro gara a tenerla dalla propria parte, tastando sempre più arrogantemente il terreno, constatando così “quanto” e “come” l’espansione territoriale gli sia, in concreto, consentita. Oggi si è dinnanzi all’attacco del cantone curdo di Afrin e all’occupazione dell’intero suo versante settentrionale città di Afrin compresa: un grande passo avanti per la Turchia. Ma “testato” da essa attraverso passi avanti minori: quella a danno di Afrin non è infatti la prima manifestazione dell’espansione territoriale turca. La novità è solo nella dimensione e nella qualità attuali dell’operazione militare e nella dichiarazione ufficiale di governo dell’intenzione di espandersi territorialmente e, per di più, in una molteplicità di direzioni.
Non la prima manifestazione. La Turchia occupa, avendoglielo consentito a suo tempo Russia e Stati Uniti, e avendo così spezzato in due il territorio siriano a maggioranza curda, la città di Jarabulus e il suo territorio. La popolazione curda di questa città è stata obbligata alla fuga dall’esercito turco e da milizie arabe e turcomanne fondamentaliste collegate, ed è stata sostituita da arabi, turcomanni, anche turchi. La legislazione operante a Jarabulus è oggi quella turca, la bandiera sugli edifici pubblici è quella turca, le scuole praticano e insegnano il turco, ecc. Ancora, la Turchia ha moltiplicato (portato a quattro) i suoi insediamenti militari nel nord dell’Iraq, e se ne infischia delle reiterate richieste del governo iracheno di sgombero, anzi minaccia una larga invasione.
Rammento, ancora, come la Turchia occupi militarmente dal 1974 oltre un terzo del territorio cipriota, abbia cacciato da questo terzo circa un terzo della sua popolazione, perché di lingua greca, abbia favorito l’immigrazione in esso di decine di migliaia di turchi anatolici.
Allargamento territoriale e pulizia etnica sono complementari da gran tempo, come si vede, da parte turca.
Né, inoltre, si tratta, tornando alle operazioni attuali della Turchia, di fatti occasionali, dettati esclusivamente da circostanze per così dire favorevoli. La Turchia ha di recente denunciato quel Trattato di Losanna (1923) che ne fissò i confini e dichiarato formalmente di rivendicare il possesso delle ex province ottomane di Aleppo (effettuabile solo se si spianano i curdi di Afrin e si rilancia la crisi siriana) e di Mosul e di Kirkuk (effettuabile solo con la distruzione del semi-stato curdo nel nord dell’Iraq). Essa opera in termini illegali e minacciosi nelle acque greche dell’Egeo e minaccia l’occupazione di alcune loro isole; rivendica la Tracia greca, un’area molto grande, metà di quel tratto settentrionale della Grecia confinante con la parte europea della Turchia e con la Bulgaria; oltre a tenere occupata la parte settentrionale di Cipro ha recentemente impedito con minacce militari prospezioni (orientale al rilevamento di giacimenti di idrocarburi) da parte italo-francese nelle acque territoriali contigue alla Cipro greca, argomentando con l’intenzione di impedire qualsivoglia presenza del genere da parte europea in tutto il Mediterraneo orientale (anzi, dichiarato due giorni fa, anche da parte statunitense); interviene pesantemente nella situazione interna della Bulgaria, agendo sulle sue minoranze islamiche tra cui una, consistente, di lingua turca; opera analogamente, agendo su minoranze turche e tartare, nella Dobrugia romena.
Ancora, la Turchia ricatta l’Unione Europea con la minaccia di riaprire il flusso dei fuggiaschi dal Medio Oriente, nonostante sia lautamente pagata per non farlo.
Ancora, la Turchia dichiara apertamente che, dopo avere distrutto il cantone di Afrin, intende operare analogamente contro Manbij (città alleata ai curdi abitata soprattutto da arabi, turcomanni, siriaci e protetta da truppe statunitensi) nonché contro il pezzo di Siria orientale liberato dai curdi; e dichiara che intende operare analogamente contro quei curdi yazidi rifugiati sui Monti Sinjar, nel nord dell’Iraq, che vi hanno costruito una loro realtà autonoma aiutati dal PKK curdo-turco e dal PYD curdo-siriano ad armarsi e a respingere il tentativo di Daesh, apertamente appoggiato dalla Turchia, di sterminarli.
Non è un caso, in ultimo, né è un fatto secondario che la Turchia usi largamente nelle sue aggressioni milizie ex al-Qaeda, ex Daesh, ecc., oggi ribattezzate Esercito Siriano Libero, né è un caso che siano esse a operare militarmente sul terreno, che siano solo carri armati, elicotteri, aerei, logistica a essere gestiti dall’esercito turco. In questo modo, fingendo di non avere mire territoriali ma solo la “protezione” dei propri confini, in realtà avviene da subito l’insediamento stabile nei territori occupati di arabi, turcomanni, ecc., ovvero avviene l’annessione di fatto alla Turchia.

Allarme rosso, perciò, altro che esitare dal lato statunitense, borbottare scemenze e continuare a dare soldi dal lato europeo, consentire e trafficare dal lato russo. Più dal lato turco si constaterà di avere a che fare con governi imbelli o incerti più si riterrà di potersi liberamente allargare.
Giova aggiungere come, in ogni caso, gli Stati Uniti abbiano abbandonato la base aerea turca di İncirlik, l’abbiano sostituita con piste create in territorio curdo-siriano o con basi aeree giordane, con ogni probabilità si siano ripresi gli ordigni nucleari dislocati in questa base (forse una cinquantina): insomma è chiaro che al di là di incertezze e frasi di convenienza non si fidino per nulla. Ciò vale anche dal lato russo. Parimenti qualcosa di più si sta da qualche giorno muovendo dal lato sia statunitense sia europeo e fors’anche dal lato russo. Gli Stati Uniti hanno dichiarato ufficialmente la loro preoccupazione per il fatto che lo spostamento verso il cantone di Afrin delle milizie del PYD dislocate nella parte orientale della Siria sta consentendo a Daesh di recuperare territorio nella sua parte sud-orientale e in tratti contigui dell’Iraq, e che intendono mantenere (ma durerà?) la loro presenza militare a Manbij. Francia, Danimarca, Belgio, Svezia dichiarano l’inaccettabilità delle attività militari in corso della Turchia. La Danimarca dichiara Erdoğancriminale di guerra”. La Russia ha appena consentito al regime siriano di alzare la voce contro l’intervento militare turco nel cantone di Afrin e di pretendere che a quest’intervento venga immediatamente posto termine. E’ tuttavia, oggettivamente, robetta, al massimo usabile in trattative al ribasso. A meno che Stati Uniti e Russia definiscano un proprio accordo. Ciò che all’orizzonte non si vede. Né è detto che a un certo momento si vedrà.
Se gli Stati Uniti, contraddicendosi, effettueranno concessioni alla Turchia, anche solo parziali, riguardanti Manbij, si farà quasi certezza l’attacco turco ai cantoni curdi orientali, alle città di Kobanê, Qamişlo, Hêsiҫe.
Tali concessioni, non illudiamoci, sono nell’ordine delle buone probabilità.

Siamo dentro a qualcosa che tende sempre più a essere una terza guerra mondiale
Grande è il disordine sotto il cielo; tuttavia, a differenza di quel che tendeva sempre a opinare Mao, la situazione non è per nulla eccellente, è un grande ingestibile disastroso casino. L’umanità rischia grosso, su più piani. Come al solito, cresce il ricorso a ogni forma di guerra.
Già ciò risulta tale a partire dagli interventi esterni sulla crisi siriana. Poi è diventato più netto e preoccupante quando al conflitto di più attori statali fondamentali (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, in un secondo momento Russia) contro al-Qaeda/al-Nusra e contro Daesh e alla finzione turca di parteciparvi si è sostituito il conflitto, per interposti stati minori o gruppi armati loro alleati, tra Stati Uniti, loro partner occidentali e mediorientali, da una parte, Russia, potere siriano, Iran, varie milizie sciite, dall’altra, più la Turchia per così dire in mezzo, più Israele in proprio.

Voglio dire che un conto è una guerra nella quale le maggiori potenze hanno il medesimo nemico, pur operando in proprio e anche antagonisticamente su altri piani, un altro conto è una guerra tra un notevole numero di stati tra cui cinque armati di ordigni nucleari tra cui le due maggiori potenze mondiali, nessuno dei quali ha voglia né di perdere né di pareggiare. Ciò semplicemente vuol dire un passo avanti cospicuo verso un qualcosa di somigliante a una terza guerra mondiale.
Inoltre questo “passo” è rinforzato, per così dire, dal groviglio inestricabile costituito dal gran numero di attori statali e non statali intervenuti nel conflitto o creati dal conflitto dall’avvio della crisi siriana a oggi. Le loro consistenze sono cambiate, ma continuano a esistere tutti. E risulta rinforzato dall’irresponsabilità di molti tra tali attori, tra cui in specie quelli statali di taglia media: oltre alla Turchia, Israele, dotata di almeno 300 ordigni nucleari e i cui aerei caricati di questi ordigni sono in volo 24 ore su 24, l’Arabia Saudita, impegnata nella distruzione dello Yemen metà sciita e della sua popolazione, intendendo contrastarvi la presenza dell’Iran, infine quest’ultimo, teso a controllare l’Iraq e a connettere territorialmente alla Siria le proprie forze armate e le milizie sciite loro coordinate. Un groviglio a tale livello e di tale qualità, voglio dire, è sostanzialmente ingovernabile, inoltre non può non risultare animato da una pulsione cieca, oggettiva, al suo incremento quantitativo e qualitativo. L’Arabia Saudita, per esempio, ha appena dichiarato l’obiettivo di dotarsi di ordigni nucleali. L’Iran ovviamente ha a sua volta dichiarato che se l’Arabia farà questo esso farà la stessa cosa.
Paradossalmente a frenare questo tipo di sviluppo, forse a “salvare” il mondo, c’è proprio il fatto delle armi atomiche. Nessuno degli attori può essere certo, se venissero usate, di non uscirne distrutto.
Tuttavia, a contrastare questa tesi grottesca, ci sta l’impegno di Stati Uniti, Russia, probabilmente Cina di dotarsi di armi nucleari di ridotta potenza, “tattiche”, quindi più “usabili”.

Le analogie storiche che ci dicono dell’alto rischio che anche un tale sussulto potrebbe fallire si sprecano. Che Trump non ne abbia cognizione non stupisce. Stupisce, invece, il comportamento di Putin, che, da buon russo, la storia la conosce bene. Il comportamento dell’attuale regime turco prospetta un’analogia drammatica rispetto alla situazione europea seguita al riarmo, non contrastato da Francia e Regno Unito, della Germania hitleriana. Le attuali principali potenze occidentali appaiono oggi operare in analogia al comportamento anglo-francese sino alla vigilia dell’attacco nazista alla Polonia, quello cioè che dichiarava “non si può morire per Danzica”. L’auspicio d’altra parte era che Germania nazista e Unione Sovietica si distruggessero tra loro. Alla fine moriranno, tra Europa e Asia, oltre due centinaia di milioni di esseri umani. L’antecedente lungo caos dei Balcani, fatto di insorgenze anti-ottomane e, poi, di guerre tra i loro piccoli stati, quel parallelo esaurimento dei territori da colonizzare o semicolonizzare che aveva lasciato a bocca quasi asciutta Germania, Italia, Giappone, il parallelo smembramento colonialista dell’Impero Ottomano furono accompagnati da tensioni crescenti tra tutte le grandi e medie potenze occidentali, e bastò l’incidente di Sarajevo perché si scatenasse la prima guerra mondiale. D’altronde tutti avevano lavorato affinché ambedue le guerre mondiali avvenissero.

Il fatto oggi è pure che all’esasperazione neoliberista della guerra economica di tutti contro tutti non poteva non corrispondere la precipitazione di qualcosa di simile sul piano delle relazioni internazionali e la sua accelerazione. Inoltre non poteva non corrispondere che tutti i principali stati si affannassero a proteggere le proprie economie con gli strumenti della deflazione salariale e della concorrenza reciproca. Quel tanto di effettivo profilo democratico, civile, sociale, morale che l’Occidente ha costruito nel secondo dopoguerra è così andato a farsi benedire, le classi agiate hanno continuato a essere orientate a fare più quattrini possibile, le classi popolari si sono imbufalite e imbarbarite per via della distruzione dei loro mondi e delle loro condizioni materiali di vita.
Pecunia non olet, il denaro non puzza, dicevano i latini. Gli affari con la Turchia sono a mille: investimenti (delocalizzazioni, assai spesso) e denari al regime in cambio dell’impedimento alla povera gente in fuga dalle guerre mediorientali di raggiungere l’Europa. Le vendite di armi occidentali e russe a Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto in questi anni record stratosferici. Spasmodica è l’attesa negli establishment europeo del gasdotto russo che, attraversando Turchia, Grecia, Italia dovrà rifornire di energia a buon mercato l’Europa centro-meridionale.
Sono probabilmente sufficienti questi dati a motivare il comportamento dell’establishment europeo, a determinare il sostanziale silenzio dei suoi mass-media, rotto solo da pochissimo, riguardo alla tragedia curda in corso. Probabilmente è in tali dati la primaria chiave interpretativa degli attuali caotici eventi mediorientali.

Tutto quindi, in conclusione, pare correre poco o per nulla contrastato verso due possibilità: appunto la trasformazione delle guerre mediorientali in qualcosa che somigli a una terza guerra mondiale, orientata prima o poi, probabilmente, al ricorso anche ad armi nucleari; oppure una ridefinizione concordata tra Stati Uniti e Russia dei confini mediorientali, nella quale Turchia e Iran si collochino come vincitori, Israele pure, sostanzialmente, quindi portino a casa territori nuovi o zone di influenza, il prezzo territoriale sarà a carico di Siria, Iraq e residuo statale palestinese, quello umano a carico, per l’ennesima volta, del popolo curdo e di quello palestinese. In fondo, non è sempre andata così, più o meno, nella storia dell’Occidente? Le sue guerre prima o poi finivano, chi era andato meglio o aveva vinto incassava, chi era andato peggio o aveva perso pagava il conto generale.
Come diceva Hegel, il processo della storia universale, a suo avviso ineluttabilmente orientato dallo Spirito a una totalità di eticità, avviene per il tramite dell’alternanza di popoli diversi al comando; e il comando era infine toccato ai popoli europei. Hegel era invero davvero ottimista, sia sulla storia sia sui popoli europei. In ogni caso, ammesso per un attimo che la sua teoria valga qualcosa, non v’è dubbio che il comando della storia sia passato altrove. Per certi aspetti alla Cina. Per altri, più validi, più accettabili nel loro complesso, ai grandi movimenti progressisti planetari di donne e di giovani, a quelle forze di sinistra antiliberista occidentale che ricostruiscono la lotta di classe e l’internazionalismo delle classi sfruttate, alle popolazioni oppresse e in rivolta, tra cui i curdi, per la cultura politica e sociale che essi esprimono, per l’eroica, generosa, disperata lotta armata delle loro donne e dei loro giovani, per l’epopea della loro Kobanê, di cui il mondo intero si entusiasmò, e che si sta riproducendo in questo momento ad Afrin. E’ di queste realtà, non di altre, la possibilità di creare un sussulto di coscienza e al tempo stesso di autodifesa nelle popolazioni del pianeta.
Questa è l’unica nota ottimistica che avverto come concreta.

Cronaca della macelleria anticurda novecentesca
E’ stata solo la grande dimensione del popolo curdo (40-45 milioni di esseri umani, tanti quanto i polacchi o gli spagnoli) a impedirne la riduzione a infima minoranza o addirittura l’estinzione – a opera prima di tutto turca, ma anche irachena, iraniana, siriana.
Un complesso di tribù di contadini e di pastori sottoposti a gerarchie ereditarie (ma anche protagonista da secoli di rivolte per l’indipendenza di questa o quella sua realtà) sarà dunque obbligata, a cavallo della prima guerra mondiale, dopo essere stata arruolata nell’esercito ottomano e usata da esso nello sterminio di armeni e assiro-caldei, a un grande balzo verso la Modernità; collateralmente, a creare grandi figure di dirigenti.
A partire dal 1924 la Turchia visse una serie di insurrezioni curde: la rivoluzione kemalista, nazionalista, modernizzante e autoritaria, aveva abolito sia il califfato che le scuole, le associazioni e le pubblicazioni curde. La repressione turca costò ai curdi qualcosa come 300 o 400 o forse 500 mila morti. A partire dal 1930 le insurrezioni cominciano anche in Iraq: dove si afferma come leader la grande figura di Mustafa Barzani. Nel 1941 si forma nel Curdistan iraniano una repubblica curda, protetta dall’occupazione del nord dell’Iran da parte dell’Armata Rossa sovietica, conseguente alla svolta filonazista del paese; qui Barzani e i suoi peshmerga trovano rifugio. Nel 1946 avviene in questa repubblica la fondazione da parte di Barzani del Partito Democratico del Curdistan (PDK): un partito laico, democratico-socialista, che vuole la separazione tra stato e istituzioni religiose. L’Armata Rossa nel 1946 deve ritirarsi, l’esercito iraniano può quindi distruggere la repubblica curda e impiccarne i capi (e distruggere la repubblica azera iraniana, che aveva avuto la medesima origine e il medesimo sviluppo). Barzani prende parte nel Curdistan iraniano alla guerriglia dei suoi curdi; essa viene meno nel 1951. Segue fino al 1956 la guerriglia di Barzani in Iraq, contro gli eserciti di Iraq, Turchia e Iran. Nel 1958 il generale iracheno Abd al-Qasim, autore di un colpo di stato antimonarchico, riconosce i curdi come parte della nazione irachena e invita Barzani a tornare in Iraq; ma nel 1961 i rapporti tra al-Qasim e PDK si deteriorano, per via di un tentativo di arabizzazione organica della nuova realtà irachena, e i curdi reintraprendono la guerriglia. Nel 1963 il partito arabista Baath, parte del governo di Qasim, effettua un colpo di stato; la repressione anticurda si fa feroce, ricorre a massacri di massa anche usando i gas. Gli sviluppi successivi sono cronaca politica. Rammento che i curdi realizzeranno la loro attuale realtà semi-indipendente nel nord dell’Iraq a seguito della “prima guerra del golfo”, cioè della guerra mossa nel 1990 all’Iraq da Stati Uniti e loro alleati.

La partita viene riavviata da parte del Partito dei Lavoratori del Curdistan (PKK), fondato nel 1978 ad Ankara a opera di studenti curdi di orientamento marxista-leninista (tra questi è Abdullah Öcalan, che si affermerà come loro leader). Il loro programma prevede la costituzione di uno stato pancurdo indipendente. Nel 1980 un colpo di stato militare di estrema destra porta l’esercito turco ad attaccare frontalmente il Curdistan; l’obiettivo, reprimendo l’uso stesso del curdo e terrorizzando la popolazione, è l’estinzione della realtà etnica curda. Ogni resistenza viene repressa con decine di migliaia di incarcerazioni e di migliaia di sospensioni e arresti di sindaci, con il coprifuoco nelle città e in interi territori, con la distruzione di 4 mila villaggi, con le stragi di manifestanti nelle città curde e nel corso delle stesse feste del Newroz (il capodanno curdo). Nel 1984 il PKK opera il passaggio alla lotta armata. I governi turchi continuano a oggi a dichiarare il PKK responsabile della morte di circa 40 mila persone: ma si tratta quasi solo di contadini, pastori, donne, bambini, anziani incapaci di fuggire nel corso di rastrellamenti e di distruzioni di villaggi. Decine di migliaia di donne e ragazzine curde sono violentate. 5-6 milioni di curdi si rifugiano nelle grandi città.
Da poco prima l’arresto e l’isolamento carcerario, avvenuti nel 1999, Öcalan indica al PKK una svolta teorica e politica di grande portata. Il marxismo-leninismo è accantonato e sostituito da una posizione eco-socialista e libertaria. L’obiettivo è la conquista nell’intero Curdistan dei diritti linguistici curdi e di forme di autogoverno democratico di popolo (i curdi chiamano ciò “confederalismo democratico”), ma senza alterare i confini statali che lo dividono. La liberazione per via politica delle donne dai gravami oppressivi barbarici delle società mediorientali viene sostituita dal protagonismo organizzato delle donne in tutte le sfere della vita sociale e politica; date le condizioni mediorientali, anche nella forma del loro armamento e di reparti e comandi femminili. Ciò che abbiamo visto di recente nel contesto della resistenza a Daesh (lo Stato Islamico) da parte dei curdi di Kobanê, guidati dal PYD, è quanto il PKK pratica dal 1984 nel sud-est turco.
Giova solo aggiungere come anche da parte iraniana si sia continuamente proceduto alla repressione di ogni movimento curdo quando orientato all’autonomia territoriale e linguistica, a botte di carcerazioni e di impiccagioni.

In Turchia opera da tempo un partito curdo legale. L’attuale suo nome è Partito Democratico del Popolo (HDP). Esso riconosce in Öcalan, come quasi tutte le altre formazioni curde mediorientali, il leader naturale dei curdi. L’HDP ha molte decine di sindache, ha molte donne parlamentari, alla testa di tutte le sue organizzazioni ci sono un uomo e una donna. Migliaia di quadri e di militanti, centinaia di sindaci, decine di parlamentari curdi operanti nella legalità ma anche centinaia di giornalisti indipendenti e di attivisti delle associazioni per i diritti umani hanno subito incarcerazioni in più momenti della storia turca, ivi compreso l’attuale, il più esteso inoltre e fatto di continue stragi, operato non solo da polizia e forze armate ma anche dagli insediamenti in Turchia, guidati dall’AKP e dal MİT, di militanti di al-Qaeda e poi di Daesh.
Ciò è avvenuto in sintonia con la rottura da parte di Erdoğan delle trattative con il PKK, avviate nel dicembre del 2012: avendo ottenuto nelle precedenti elezioni di giugno un risultato insufficiente alla trasformazione della Turchia in una repubblica presidenziale passibile di trasformazione in qualcosa di molto simile a un califfato, Erdoğan ritenne che solo una ripresa della guerra civile avrebbe potuto consentire alle elezioni anticipate di novembre di raccogliere sul suo partito AKP il grosso del voto nazionalista turco, impedire all’HDP di superare lo sbarramento del 10%, conquistare così quella maggioranza in parlamento superiore ai due terzi dei seggi che avrebbe consentito a lui e all’AKP di marciare verso il califfato.
Il minicolpo di stato del 2016 sarà per Erdoğan come il cacio sui maccheroni: alla repressione antigulenista egli potrà nel Curdistan unire settimane di stato d’assedio, sospensione dell’acqua e dell’elettricità, privazione del cibo, cecchinaggio, bombardamenti con carri armati e artiglieria pesante, mitragliamenti da terra e con elicotteri di intere città (oltre venti) del sud-est e contro il centro storico di Diyarbakır, le cui popolazioni stavano pacificamente tentando di fondare istituzioni democratico-partecipative guidate, anziché da un sindaco, da due – una donna e un uomo; e potrà, per due anni consecutivi, cioè fino a oggi, sospendere o arrestare centinaia di sindaci curdi, commissariarne i comuni, arrestare molti parlamentari dell’HDP, tra cui le figure apicali.
Oggi quelle città e quel centro storico sono in via di ricostruzione: e via via ripopolate, non già dai precedenti abitanti curdi, ma da fuggiaschi dalla Siria arabi e turcomanni.
Migliaia di ragazze e ragazzi curdi del sud-est turco, ma anche curdo-iracheni e curdo-iraniani, si sono quindi uniti a seguito di questi fatti al PKK o al PYD siriano, i due fronti fondamentali oggi della lotta di liberazione curda.
Di questa storia terribile dunque Afrin è solo la più recente puntata e purtroppo, pare, non l’ultima. Ma Afrin è anche molto di più.

A proposito di “confederalismo democratico”
Cioè perché i movimenti combattenti curdi costituiscono oggi un’avanguardia socialista innovativa di grande interesse.
Si tratta dell’esperienza di democrazia comunitaria e partecipativa, molto interessante, e anche istruttiva, per gli straordinari risultati pratici e di civiltà, che il PKK ha tentato di praticare nel 2016, che PKK e PYD hanno costruito nei territori yazidi del nord dell’Iraq, che il PYD ha praticato e pratica nel Rojava, ergo sta praticando nei cantoni della parte orientale della Siria e ha praticato nel cantone di Afrin fino all’attacco turco, impegnando inoltre in questa sua pratica e nella sua organizzazione militare anche arabi, turcomanni, siriaci, armeni; sul piano religioso, sunniti, sciiti, cristiani, yazidi, ecc.
Già prima dell’arresto del 1999 Öcalan aveva formulato alcune riserve rispetto al suo originario marxismo-leninismo. Ma sarà nella carcerazione che egli proporrà al PKK una rettifica generale della posizione teorica, politica e sociale: riprendendo parte sostanziale della riflessione di una figura di statunitense, Murray Bookchin, la cui posizione è a metà tra l’anarchismo (quello soprattutto di Proudhon, mi pare, ripulito delle estremizzazioni di tipo individualista) e quella parte del pensiero di Marx in cui egli più compiutamente delinea la sua idea di sistema socialista, che si trova soprattutto nel suo bilancio dell’esperienza della Comune di Parigi ovvero nell’Indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori sulla guerra civile in Francia nel 1871.
Spunti della riflessione teorica di Öcalan risultano recuperati anche da Karl Polanyi, Immanuel Wallerstein, Fernand Braudel.
In breve, Öcalan definisce nei suoi scritti (tra parentesi: editi in italiano da Punto Rosso su affidamento da parte curda), dapprima, un progetto di società “democratico-ecologista”, poi, specificando, una “società liberazionista del “genere” e “democratico-ecologista”.
E’ importante aggiungere come nel 2005 Öcalan avesse proposto ai governi di Turchia, Siria, Iraq e Iran una “confederazione libera da confini” tra i relativi territori curdi, che comunque sarebbero dovuti rimanere sotto la sovranità di tali paesi. Nel 2006 egli inoltre chiederà al PKK l’attivazione di un proprio armistizio, il cui obiettivo, tramite trattative con il governo turco, avrebbe dovuto essere una pace durevole in Turchia. L’uso delle armi da parte del PKK, aggiungeva, avrebbe dovuto limitarsi all’autodifesa da eventuali attacchi dell’esercito o della polizia o dei servizi di intelligence di quegli stati.
Guardando all’esperienza più avanzata e organica di “confederalismo democratico”, cioè a quella nel nord-est della Siria, è agevole constatare una “democrazia comunitarista” di popolo orientata all’abolizione delle funzioni separate dello stato, affidate invece alla partecipazione popolare e alle comunità territoriali, attenta alla tutela delle condizioni ambientali, multietnica, multiculturale e multireligiosa, impegnata nella difesa e nella realizzazione delle condizioni necessarie alla liberazione delle donne da ogni vincolo oppressivo (nel contesto concreto, una condizione fondamentale di ciò è l’esistenza di unità femminili armate), orientata infine alla difesa dagli aggressori (il fondamentalismo armato sunnita, lo stato turco) dall’armamento del complesso della popolazione.
Va da sé che l’applicazione di analogo tentativo socialista in paesi caratterizzati da uno sviluppo superiore delle economie richieda adattamenti caratterizzati da una certa complessità delle forme istituzionali. Ciò tuttavia niente toglie, a parer mio, agli insegnamenti di principio che vengono anche alle realtà più sviluppate dal tipo di socialismo realizzato nell’est siriano così come dalla riflessione teorica di Öcalan.

Nella foto: Combattenti curde dell’YPG

Oggi la città di Afrin muore ma un giorno i curdi la libereranno
Oggi i curdi sono soli, traditi dalla Russia, dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti, pur avendo difeso anch’essi l’Occidente dal terrorismo fondamentalista sunnita, pur avendo sostituito i nostri soldati super-armati con i propri miliziani semidisarmati, quelle ragazze e quei ragazzi del PYD per i quali il mondo intero si è per tante ragioni entusiasmato. La fuga da Afrin da parte dei suoi abitanti, largamente curdi, si sta completando, per volontà anche delle milizie del PYD, che vogliono evitarne la strage. Anche questa fuga è bombardata dagli aerei della Turchia. In queste settimane la parte meridionale del cantone di Afrin è stata occupata da milizie dipendenti dal governo siriano, e lì si insedieranno i fuggiaschi. Sarà da vedere se vi sarà agibilità per le milizie del PYD oppure se verranno disarmate, se il PYD disporrà di agibilità, ecc. Ritengo quasi certo il disarmo delle milizie. Una parte, volontaria, dei miliziani curdi continuerà a combattere dentro Afrin, onde infliggere alle milizie tagliagole legate alla Turchia e ai suoi soldati il massimo delle perdite. Una parte sta attivando la guerriglia nelle campagne. Una parte sta rientrando nei cantoni curdi orientali, nelle loro città, nei loro villaggi, minacciati di invasione e di stragi anch’essi dalla Turchia, abitate da curdi ma anche da arabi, siriaci, turcomanni, armeni.
Era impossibile resistere a un esercito dotato di carri armati, artiglieria pesante, elicotteri e appoggiato dall’aviazione, disponendo solamente di armamento leggero. Il PYD, cioè il protagonista fondamentale in Siria della sconfitta di Daesh, non è mai stato dotato di armamento pesante da chi gli chiedeva, Stati Uniti, Russia, Unione Europea, di mandare i propri soldati a combattere anche in luogo dei soldati occidentali, benché Daesh avesse operato a più riprese nei loro paesi con atti terroristici. C’è sempre stato un rapporto di classe tra tali paesi e la realtà curda, semplicemente perché non occidentale, dunque perché “inferiore”. Nel DNA antropologico occidentale è almeno da 500 anni ben radicato, e anche ben mimetizzato, in genere, il razzismo.
Oggi questa popolazione e questi miliziani curdi subiscono perdite pesantissime, oggi centinaia di migliaia di curdi sono in fuga, per via dell’attacco proditorio di una delle fogne più retrograde e criminali del pianeta, il regime ladro, folle, fondamentalista, stragista turco a guida di un nuovo Hitler, il criminale stragista Erdoğan.
Afrin davvero ci interroga.

Foto in evidenza: Civili abbandonano Afrin

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